AMITAV GOSH E L’APOCALISSE

Perché le arti, e la letteratura in particolare, non riescono a raccontare il cambiamento climatico? E come mai potenti e popoli conoscono i rischi del pianeta ma non cambiano rotta? Per Amitav Gosh, scrittore indiano, la “grande cecità” dipende dalla globalizzazione del desiderio.

amitav

Nell’intervista della scorsa settimana, Lella Costa ha sollevato un tema cruciale: perché le arti non riescono a dare corpo e parole al tema del cambiamento climatico?

Il dibattito è in corso già da qualche anno, rilanciato energicamente da Amitav Gosh in un suo libro intitolato La grande cecità: quella che impedisce a tutti, artisti inclusi, di vedere e quindi di agire.

Nato a Calcutta, Gosh vive fra l’India e gli Stati Uniti. Scrittore molto amato e molto popolare (fra i suoi romanzi Il paese delle maree, Il mare di papaveri, Il fiume dell’oppio e tanti altri bestseller), Amitav Gosh ha parlato del tema che più lo e ci appassiona al Teatro dal Verme di Milano, nell’edizione 2017 del festival A Seminar la Buona Pianta

Nel video trovate la versione integrale dell’intervista, qui alcuni passaggi particolarmente interessanti e utili al dibattito.

“Dobbiamo cambiare l’economia e il nostro stile di vita ma da scrittore quello che a me interessa di più è la cultura. L’aspetto che più mi colpisce di questa crisi ambientale è il fatto che ci sia totalmente assenza di discorso sul clima nel nostro immaginario”.

Lei stesso ha avuto difficoltà ha scriverne nei suoi romanzi?

“Raccontare per esempio un tornado è più difficile in un romanzo che in un film o una fotografia. Il romanzo è nato in un periodo di stabilità climatica come il xix secolo, per tradizione descrive quindi la natura come regolare, calma, quasi noiosa”.

Vale anche per la letteratura post-coloniale, in India o in Cina o in Africa?

“Negli ultimi vent’anni, guarda caso proprio quando i problemi climatici hanno cominciato ad accelerare e si è sentito ancora di più l’impatto sull’ambiente delle emissioni dall’India e dalla Cina, i romanzieri indiani hanno cominciato a descrivere meno l’ambiente. Anche il romanzo di è urbanizzato e occidentalizzato. Sembra che tutto il mondo sia stato investito per così dire da una cultura unitaria che non definirei necessariamente come occidentale bensì come neoliberista o capitalista. Oggi per la prima volta tutti gli esseri umani hanno gli stessi desideri – un frigo nuovo, una macchina veloce – ed è straordinario perché proprio in passato in Cina o in India erano ben altri i valori”.

Il meccanismo capitalista è talmente forte da non farci vedere che stiamo per andare a sbattere? 

“Il desiderio di avere quello che hanno avuto gli altri è molto più forte di quello di salvarsi la vita .

Ma cambiare è possibile…

“La cosa terribile del cambiamento climatico è che mette veramente a nudo  le nostre illusioni. …

Potremmo pensare che Trump e i suoi non capiscano come stanno le cose;  in realtà  è proprio il contrario. Lo sanno benissimo ma non fare nulla è proprio la loro agenda politica, anzi sarebbero felici di un’apocalisse  perché sanno che lo stile di vita americano è sopportabile solo se rimangono in pochi. Nel mondo sviluppato tantissimi sono lì in attesa di questa apocalisse. Lo stesso vale per l’india per tantissimi altri paesi poveri perché la loro idea è: noi non ci fermeremo finché non avremo tutto quello che avete avuto voi in passato.

Quindi noi parliamo tanto di cambiamento climatico in termini di come fermarlo, quando in realtà non è questo il vero problema: il vero problema è che si tratta di un conflitto di desideri anzi di potere”.

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