CAMBIARE SI PUÒ ANZI SI DEVE

di Giovanna Zucconi

Intervista a Stefano Zamagni sul suo ultimo libro, dedicato alle diseguaglianze. Negli ultimi decenni sono aumentate, tutte e ovunque: diseguaglianze sociali, economiche, razziali, ecologiche, che mettono a rischio la sopravvivenza stessa dell’economia di mercato. Tutti d’accordo sull’urgenza di cambiare le regole del gioco. Ma come? E chi sarà a farlo? Ecco una proposta concreta, e un principio da non dimenticare: mai dare nulla per scontato. 

L’ottimismo è “moderato”, ma c’è. Il cambiamento non potrà che avvenire. Il professor Zamagni con tutta la sua autorevolezza spiega quando, perché, e ad opera di chi. Leggerlo è un piacere intellettuale e anche uno stimolo all’azione. Mai dare nulla per scontato, per ineluttabile.

È che da questo libro di Stefano Zamagni – uno che ha avvicinato l’aggettivo “civile” alla parola “economia”, e sappiamo ora che rivoluzione di pensiero è stata -, è che da questo piccolo grande libro intitolato Diseguali, dicevamo, verrebbe voglia di trascrivere citazione su citazione.
Per esempio: “La povertà (assoluta) non è una tragica caratteristica di questi tempi, ma ciò che la rende oggi scandalosa, e perciò intollerabile, è il fatto che essa non sia la conseguenza di una production failure a livello mondiale, di una incapacità cioè del sistema produttivo di assicurare il necessario a tutti – non è pertanto la scarsità di risorse globali a causare fame e deprivazioni varie – ma piuttosto di una institutional failure, ovvero una mancanza di adeguate istituzioni, economiche e giuridiche”.
Oppure: “Preservare le diversità è un modo molto efficace di combattere le disuguaglianze”.
O ancora: “Il punto che desidero fissare è che le istituzioni socio-economiche non sono affatto immodificabili; né è vero che una loro trasformazione, anche radicale, distruggerebbe l’economia di mercato. È questo un tipico caso di fake truth”.

Eccetera eccetera. Soltanto che, di citazione in citazione, finiremmo per trascrivere tutto il libro: come in quel racconto di Borges in cui la cartografia diventava così accurata che la mappa coincideva esattamente con il territorio che raffigurava. Dunque, lasciamo che sia la voce del professor Stefano Zamagni a guidarci, in sintesi, attraverso la tematica potente del suo libro. Nella conversazione, la diagnosi è precisa e la prognosi non priva di “moderato ottimismo”. Parliamo di disuguaglianze, che è il tema del libro; e di come le cose non potranno non cambiare.

Ricordo la tremenda espressione di Margaret Thatcher, TINA (there is no alternative, non c’è alternativa).
“Espressione sfortunata. Inaccettabile per chi si richiama agli autentici principi del liberalismo. Ancora oggi c’è chi sostiene che non ci sia alternativa al neoliberismo, con le diseguaglianze di reddito, genere, razza che comporta. Ma non è così”.

Alcune strutture economiche e sociali vengono considerate “naturali” e quindi non modificabili.
“La globalizzazione ha una data d’inizio precisa. Novembre 1975. A Rambouillet, con il primo G6; l’Italia era uno dei sei paesi. Lì è stata presa la decisione storica di globalizzare non soltanto le merci, ma anche il capitale e il lavoro. La finanziarizzazione dell’economia è un fenomeno mai esistito prima. Con conseguenze sottovalutate, e con un aumento endemico e sistemico delle diseguaglianze. Negli ultimi quarant’anni l’ineguaglianza è aumentata più che nelle epoche precedenti”.

Dunque il tema non è soltanto la produzione di ricchezza ma la sua distribuzione. Parliamo di giustizia sociale. Ma la famosa economia di mercato non dovrebbe avere al suo interno i meccanismi che regolano e modificano anche queste inefficienze?

“Oggi tutti si rendono conto dell’inadeguatezza degli attuali meccanismi, che mettono a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’economia di mercato. La questione ecologica, i disordini geopolitici, la crisi del modello di democrazia: i segnali che le regole del gioco non funzionino più sono tanti ed evidenti. Non c’è però accordo sulla via d’uscita”.

Dall’alto o dal basso?
“Niente rivoluzione, niente ideologie. Con realismo storico, nel giro di qualche anno individueremo come modificare queste regole del gioco perverse. I movimenti d’opinione contano, ma la trasformazione non può che venire dal mondo dell’imprenditoria. Oggi i veri agenti di cambiamento sono le imprese. Qualche segnale di consapevolezza e di sterzata verso una maggiore giustizia sociale, ecologica, economica è già evidente. Bisognerà convertire almeno la parte nobile della grande imprenditoria. Il resto, politica inclusa, seguirà”.

Stefano Zamagni è un economista italiano, ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore, apprezzato in tutto il mondo per i suoi studi in materia di economia sociale. Professore di Economia politica all’Università di Bologna, da marzo 2019 è presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali.

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