CARMINE E IL FICO

di Giovanna Zucconi

Un bambino e un fico, nella Calabria di una generazione fa. Povertà e sapori, emigrazione
e amicizie, i sogni e una ruspa minacciosa. Carmine Abate, vincitore del Premio Campiello, parla del suo libro più intimo, L’albero della fortuna.

CarmineAbate

Come si dice “fico” in arbëresh?

“Fik. Plurale fiq, che si pronuncia con la c dolce finale”.

Come si dice in calabrese?

“Fiku bottafik. Sarebbe il fiorone”.

E in tedesco?

“Feige”.

Dottati, columbri, russelli, invernali, nivurelli, il bottafico, il groffo, e il mitico fico dall’osso raccontato dagli emigrati. Giù a Spillace, paese neanche tanto immaginario, il fico ha tanti nomi, parla tante lingue.

“Sono contento che cominciamo con le parole”.

Anche Carmine Abate parla tante lingue. L’arbëresh dell’infanzia, nell’antica enclave albanese di Calabria. Il tedesco dell’emigrazione, da ragazzo, e del suo esordio letterario. Il dialetto calabrese. L’italiano dei romanzi, come La collina del vento che nel 2012 ha vinto il Premio Campiello. L’italiano circondato dal tedesco del Trentino Alto Adige dove abita adesso.

“Dalla mia finestra vedo gli alberi che ho piantati nel mio piccolo giardino. Il ciliegio, il melo, il susino, l’albicocco, ma il primo è stato un fico. Nei miei libri ho sempre parlato del fico, ci sono baci al sapore del fico, fichi secchi nelle tasche dei mietitori, e madri che offrono panieri di fichi ai migranti perché “hanno la bocca anche loro”. Un leitmotiv. Per questo, forse, L’albero della fortuna l’ho scritto di getto, era già dentro di me”.

Alcune parole in questa novella (così la chiama) sono “esche vive”.

“Quando si impigliano nella pagina evocano le storie. Dici bottafico ed è un’esplosione di calore e di profumo”.

Il fico segna il passaggio delle stagioni e del tempo per il bambino protagonista. Ultimo anno delle elementari, le scorribande con gli amici, una bambina bionda nel cuore e un novantenne che spiega com’è la vita. Il sogno di diventare forse Omar Sivori o forse Italo Calvino. La paura che la corriera porti ancora via il padre, la pasta al forno smisurata della madre. E quel frutto ricco e saporito come nient’altro.

“Del fico non butti niente, lo mangi con la buccia, senza lavarlo, giù al paese nessuno ha mai usato veleni. Segna l’inizio dell’estate, con la battaglia fra il bambino e le ghiandaie che spolpano l’albero”.

È un’infanzia che sente nostalgia non dopo, ma già mentre viene vissuta.

“Ho una ferita dentro, al mio paese (e nel libro) hanno distrutto orti, piante, collinette, una chiesa, per costruire strade, e costruiscono strade per dare lavoro ai giovani: per il ricatto del lavoro”.

Ma la natura può anche curare.

“Abbiamo tantissime piante officinali, mi vengono in mente: acetosella, alloro, lentisco, liquirizia, malva, voragine … e per noi sono piante medicinali il peperoncino e l’origano. E la camomilla la raccoglievamo tutti, per dormire meglio”.

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