COME SARANNO DEBITO E DENARO?

di Luciano Cimbolini

Come sarà il mondo dopo la pandemia? Dopo il magnifico testo di Fritjof Capra e Hazel Henderson, continuiamo a proporvi scenari per il futuro. Fra le “domande per il dopo”, quelle sugli strumenti per affrontare la crisi delle finanze pubbliche e renderle sostenibili nel lungo periodo.   p

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Covid19, oltre a problemi sanitari, causerà grandi difficoltà all’economia e alla finanza e cambiamenti politico-sociali la cui portata è difficile da prevedere. Chiusa l’emergenza sanitaria, con questi dovremo fare i conti.

Governi, banche centrali e istituzioni internazionali, come al tempo della crisi del 2008, studiano soluzioni per diminuire i danni della pandemia. Tornano a riecheggiare due parole, dal contenuto arcaico, come debito e denaro. E la pandemia potrebbe avere effetti anche sul significato di debito e denaro.

La crisi del 2008, nata nel mondo della finanza, fu innescata dai famigerati mutui subprime americani. La cartolarizzazione diffuse le perdite in tutto il mondo, facendo precipitare quell’intreccio di complessi strumenti finanziari che avvolgeva e tuttora avvolge l’economia reale e provocando, a catena, prima il crollo del PIL e poi dei titoli di stato di molti paesi, come l’Italia, con finanze pubbliche fragili.
La cura sono state massicce iniezioni di capitale da parte degli Stati, che, specie grazie al ricorso al debito, hanno coperto i buchi di bilancio del settore finanziario e, in parte minore, dell’economia reale. Il TARP americano (Troubled Asset Relief Program) è l’archetipo di questi strumenti con cui il settore pubblico ha ripulito il mercato dai titoli deteriorati e immesso capitale “buono” nelle imprese.

Le banche centrali hanno azzerato i tassi d’interesse e dato liquidità senza limiti al sistema finanziario (e non solo) e, con il quantitative easing, hanno sostenuto, sempre mediante il sistema finanziario, i titoli di stato, specie nell’Eurozona, dove l’allargamento dello spread rischiava di mettere in crisi la moneta unica. L’economia è stata salvata a prezzo di un grande aumento del debito pubblico. Tutti gli Stati si sono ritrovati pesantemente indebitati sia con quel sistema finanziario all’origine della crisi, sia con le proprie banche centrali. Queste, difatti, avevano “riacquistato” i titoli di stato comperati in prima battuta dal sistema finanziario cui avevano distribuito la nuova moneta “stampata”. Le banche centrali, dunque, hanno “stampato” e prestato soldi senza limiti alle banche ordinarie perché queste, oltre ad evitare il loro default, garantire i depositi e finanziare l’economia reale, acquistassero titoli di stato per poi rivenderli alle banche centrali stesse per avere accesso a nuovi finanziamenti. Il tutto per non mettere in discussione il grande feticcio dei nostri tempi, cioè il divieto della monetizzazione del debito pubblico. Per i non addetti ai lavori, significa che le banche centrali non devono prestare soldi agli stati, ovvero, non possono acquistare direttamente (cioè sul mercato primario) il debito pubblico. Questo “credo”, vissuto in modo ferreo nell’Unione Europea, è uno dei pilastri fondamentali della sua costituzione economica. In Usa ed in Giappone, invece, sul punto sono un po’ più laici…

La crisi da Covid19, invece, colpisce direttamente l’economia reale e si propagherà prima ai valori di borsa e poi, giocoforza, alle finanze pubbliche. Le spese pubbliche ordinarie, difatti, vanno avanti. La sanità combatte il coronavirus, ma continua a fare anche tutto il resto. Le pensioni sono pagate e il rimborso del debito e l’ordine pubblico garantiti. Con la sospensione delle tasse ed il ricorso al debito pubblico senza limiti per evitare (giustamente) il deterioramento del tessuto economico, come suggerito da Draghi, è facile intuire che i bilanci degli Stati, specie di quelli più fragili, alla fine rischieranno di andare in grave sofferenza.

Chiusa la duplice crisi sanitaria ed economica, è più che plausibile uno scenario che vede settori pubblici molto indebitati costretti a pesanti manovre di bilancio (più tasse e meno spese) per finanziare il maggior debito contratto. Sin da ora, dunque, dobbiamo pensare politiche che tengano conto di questo esito che potrebbe rivelarsi insostenibile. Un paese come il nostro che spende per interessi circa 65 miliardi e per l’università poco meno di 8, il problema se lo deve porre con forza.

È chiaro che oggi le priorità assolute sono salvare vite umane e tessuto produttivo del paese. Fra le variabili da tenere presenti nelle decisioni, però, va annoverata anche la sostenibilità dei bilanci pubblici nel lungo periodo. Il rischio, altrimenti, è quello di ritrovarci, fra qualche anno, in una crisi dei debiti sovrani dagli alti costi per la collettività.

Ricette facili non esistono. Tante sono le incognite ed anche debito e denaro, dopo la pandemia, potrebbero avere significati diversi da quelli di oggi. Già nel 2012, al culmine delle crisi della zona euro, la BCE ha previsto, ma mai attuato, il famoso OMT. Le Outright Monetary Transactions sono l’opzione più vicina al ripudio del feticcio del divieto di monetizzazione del debito pubblico. Con le OMT, la BCE può acquistare direttamente, senza limiti, titoli di stato a breve termine di paesi in grave difficoltà macroeconomica, a patto che questi abbiano aderito ad un programma di aiuto finanziario o ad un programma precauzionale con il Meccanismo Europeo di Stabilità ed alle loro pesanti condizionalità. Con l’OMT, la BCE riceve lo stesso trattamento degli altri creditori privati, con uguale remunerazione e senza nessuna priorità in caso di ristrutturazione del debito. Gli Stati, dunque, dovrebbero comunque pagare alla BCE il costo del debito. È facile prevedere che, al momento della scelta degli strumenti d’emergenza, il “feticcio” sarà il grande campo di battaglia politico e culturale. 

Nessuno può sapere come finirà lo scontro. Ed in sincerità, io non so nemmeno quale esito augurarmi. Credo però che, come tante altre volte nella storia, le nostre società dovranno dare risposte cruciali a domande fondamentali sulla funzione del debito e sulla natura del denaro. Dalle risposte a questi dilemmi, in fondo mai definitivamente risolti, dipenderanno tante cose, fra le quali, non ultimo, anche il futuro dell’Unione Europea.

 

Luciano Cimbolini è dirigente del Ministero dell’Economia e delle Finanze e collaboratore del Sole 24Ore. Il suo ultimo libro è Se 545 anni vi sembrano pochi. Le banche, il denaro, la crisiora disponibile anche in e-book

 

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