COMMERCIO ETICO, SI PUÒ FARE!

di Christian Felber

Fondatore del movimento internazionale dell’Economia del Bene Comune, nel suo nuovo e provocatorio libro Christian Felber scardina la contrapposizione fra libero mercato e protezionismo. E propone una “terza via” che rifiuta anche la globalizzazione fondata sul divario fra paesi ricchi e poveri: l’idea rivoluzionaria di una zona di commercio etico con valori condivisi e misurabili. Oltre ai diritti umani e ai diritti del lavoro, il rispetto dell’ambiente è un bene comune qualificante, fondamentale. Ecco come. 

 

Se anche tutti i paesi registrassero bilance commerciali in pareggio
al 100% da un punto di vista finanziario, potrebbe comunque
accadere che, nel complesso, stessero consumando le risorse del
pianeta a un ritmo maggiore rispetto al tempo necessario perché
esse si rinnovino, producendo rifiuti e scorie che pregiudicano in
modo permanente l’ecosistema della Terra. È così che l’umanità
accumula un debito ecologico nei confronti del pianeta e del
futuro. Ma è anche possibile che solo una parte dei paesi consumi
più di quanto gli spetti per numero di abitanti, mentre in altri
paesi le persone vivono parecchio al di sopra delle loro condizioni
ecologiche.

Inoltre, è possibile che proprio i paesi con un surplus finanziario
nella bilancia commerciale abbiano anche i maggiori deficit
materiali, e stiano accumulando un profondo debito ecologico.
Esempio Unione Europea: nell’anno 2000 l’Unione Europea ha
importato, con una bilancia commerciale finanziaria in leggero
deficit, beni per un totale di 7,3 miliardi di tonnellate. Le sue
esportazioni in cambio raggiungevano solo la “leggera” totalità
di 2,3 miliardi di tonnellate. In un solo anno, dunque, l’Unione
Europea si è indebitata con i suoi partner commerciali per un
valore di 4 miliardi di tonnellate.

Per i crematisti travestiti da economisti questi calcoli sono sconosciuti, loro leggono i bilanci solo in dollari. La WTO non contempla un meccanismo di compensazione per bilanci commerciali ecologici, proprio come non lo prevede per quelli finanziari: non riconosce neppure il problema del sovrasfruttamento delle risorse del pianeta: è una questione “estranea al commercio”!

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L’indicatore più noto con cui si rappresenta l’impatto dell’umanità
sugli ecosistemi del nostro pianeta è l’impronta ecologica,
che viene calcolata in “ettari globali”. La totalità dell’impatto
ambientale – consumo e ritorno – è convertita in questa unità di
misura, o “valuta ecologica”. Nel 2012 c’erano 1,7 ettari globali a disposizione pro capite. In media però ogni persona aveva già
consumato 2,8 ettari, perché in 91 paesi su 152 le persone gravano
in modo eccessivo sul pianeta. Nel complesso, l’umanità avrebbe
bisogno, già al momento attuale, di 1,5 pianeti. Se tutti gli uomini
consumassero quanto il cittadino medio degli Stati Uniti o
del Canada, avremmo bisogno di 4,8 pianeti; quanto un austriaco,
ci servirebbero 3,6 pianeti; quanto un tedesco, 3,1 pianeti;
quanto un cinese, 2 pianeti; quanto un indiano, 0,7 pianeti, e
quanto un abitante dell’Eritrea, 0,25 pianeti. Il genere umano se
la caverebbe esattamente con un solo pianeta se tutti gli uomini
consumassero come un abitante medio di Marocco, Honduras,
Lesotho o Vietnam.

L’umanità ha trasformato il 50% della superficie terrestre e
consuma il 50% di tutte le riserve di acqua dolce della Terra. Dagli
inizi dell’agricoltura, diecimila anni fa, l’area forestale del pianeta
si è dimezzata; dal 1950 il numero delle zone umide si è ridotto
alla metà; il patrimonio ittico dal 1970. Un quinto delle barriere
coralline e il 35% delle foreste a mangrovia sono scomparse. Il
tasso di estinzione delle specie è attualmente mille volte superiore
rispetto a quello precedente l’ingresso dell’uomo nella storia. Un
terzo dei mammiferi, uccelli e anfibi è a rischio di estinzione.
Tra il 1970 e il 2012 le popolazioni di specie viventi marine sono
diminuite del 36%, quelle di specie animali terrestri del 38%, e
quelle di acqua dolce dell’81%. Il numero complessivo di 33
specie di farfalle dei prati è diminuito in media di un terzo fra il
1990 e il 2012.73 Di fronte a questo tipo di economia non sostenibile,
è saggio perseguire accordi di libero scambio “sommamente
ambiziosi” proprio con due dei paesi più consumistici della Terra,
il Canada e gli Stati Uniti, definirli come “gold standard” e non
menzionare una sola volta la problematica dell’impronta ecologica?
Prima o poi bisognerebbe portare una simile decisione
politica davanti al Tribunale penale internazionale, con l’accusa
di grave crimine contro la Madre Terra.

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