ECO-VIVREMO FELICI E CONTENTI

Ma chi ha detto che per salvare il pianeta dobbiamo vivere peggio? E che sarà la tecnologia a risolvere tutto? Tecnottimismo da un lato e catastrofismo dall’altro impediscono di affrontare davvero le crisi ambientali. La soluzione è rivoluzionare la psicologia collettiva: né paura né impotenza, ma buone pratiche quotidiane per essere felici. Un libro spiega perché – e come – vivere meglio aiuta il pianeta. 

Tra paura e impotenza

Mio figlio ha 17 anni e, come molti suoi coetanei, è piuttosto informato sui problemi ecologici. Quando, però, si parla di ecologia, sembra a disagio, non interviene e cerca di cambiare argomento. Una volta gli ho chiesto perché. Mi ha risposto che a scuola lo hanno martellato di documentari e video allarmistici sulle crisi ecologiche. Il primo messaggio che gli è arrivato è che il problema ecologico è molto grave ed urgente.

Il secondo è che il cambiamento che dovremmo fare per evitare le crisi è tanto enorme da essere in pratica impossibile. In sostanza dovremmo dedicarci all’ascetismo di massa, cosa che gli sembra assai improbabile.
Per questo pensa che la sua generazione, la generazione di Greta, finirà per trascorrere la maggior parte della propria vita in mezzo a disastri ecologici.
In sostanza quello che gli è arrivato dal grande allarme ecologico che le scuole (meritoriamente) trasmettono sono due cose: paura e impotenza. E la sua comprensibile reazione è la rimozione: non ci voglio pensare perché è tanto minaccioso quanto inevitabile.

 Credo che il suo atteggiamento sia paradigmatico di quello che sta succedendo a tanti.
La diffusione della coscienza del problema ecologico sta rinforzando la passività di fronte ad esso. L’enfasi ecologista sulle catastrofi produce rimozione, perché non c’è alternativa. Meglio pensarci il meno possibile.

Questa angosciata e rassegnata passività è l’anticamera di un disastro psicologico, oltre che ambientale. Ed è anche un enorme spreco di potenzialità di cambiamento. Infatti la rassegnazione attuale dipende dall’assenza di un progetto realistico per superare le crisi ecologiche. In presenza di un progetto, una via d’uscita, la rassegnazione si trasformerebbe in una formidabile spinta a cambiare.

Lo scopo di questo libro è indicare una strada percorribile per rendere sostenibile la pressione umana sull’ambiente. Il messaggio a mio figlio e alla massa di persone preoccupate per le minacce ecologiche è che ce la possiamo cavare senza doverci ridurre all’ascetismo di massa, che rispettare il pianeta è un obiettivo raggiungibile e che possiamo raggiungerlo vivendo meglio di quanto facciamo attualmente. Non ci serve la rimozione. Ci serve muoverci collettivamente per cambiare le cose. Ecco perché.

Illusioni tecnologiche e utopie politiche

Per millenni ogni nuova generazione ha vissuto in condizioni molto simili a quella che l’aveva preceduta e a quella che l’avrebbe seguita.
Gli standard di vita da una generazione ad un’altra erano più o meno gli stessi (perlopiù poveri), così come le tecnologie usate e la dimensione della popolazione. Poi, circa due secoli fa, con la Rivoluzione Industriale siamo entrati nella fase della cosiddetta Grande Accelerazione, in cui da una generazione all’altra tutto ha cominciato a cambiare. Generazione dopo generazione la gente ha cominciato a vivere in condizioni materiali migliori e ad usare tecnologie sempre più efficaci. La popolazione si è espansa rapidamente perché la vita media si è allungata.

L’effetto collaterale della Grande Accelerazione è stato l’innesco di una serie di crisi ecologiche presenti e future. Abbiamo messo in crisi gli ecosistemi locali ed il pianeta stesso, prelevando dall’ambiente sempre più risorse naturali e scaricandovi sempre più rifiuti, per sostenere un numero di persone sempre più grande ognuna delle quali produce e consuma sempre di più. In pratica abbiamo ipotecato l’ambiente e non stiamo pagando le rate del mutuo. Andiamo verso il pignoramento.

Cosa possiamo fare di fronte alle crisi ecologiche, a cominciare dal cambiamento climatico? Nel dibattito pubblico le risposte principali che vengono fornite sono due. La prima può essere chiamata tecnottimismo perché sostiene che la soluzione è adottare tecnologie a basso impatto ambientale. La seconda risposta può essere definita ecopessimismo. Essa accetta che tecnologie verdi siano parte della soluzione, ma sostiene che sia essenziale combinare il cambiamento tecnologico con la limitazione della crescita economica. È il contesto della Grande Accelerazione a motivare l’idea che la riduzione della crescita è una condizione necessaria per la sostenibilità. Le tecnologie verdi sono un ottimo inizio, ma se l’economia e la popolazione continuano a crescere la pressione antropica sugli ecosistemi rimarrà insostenibile.
Questa seconda posizione conduce in genere a conclusioni molto pessimistiche sulla possibilità di costruire un’economia sostenibile. Il motivo è che la politica dei limiti alla crescita non ha mai avuto un vasto consenso. La crescita economica continua ad essere al centro dei programmi dei partiti politici e delle preoccupazioni dell’opinione pubblica e non sembra realistica un’inversione di tendenza nel futuro. Insomma, ridurre la crescita sembra una missione politicamente impossibile. Per questo l’idea che tale riduzione sia cruciale per la sostenibilità si traduce facilmente in pessimismo ecologico.

Il dibattito sul cambiamento climatico è un esempio paradigmatico della controversia tra tecnottimisti e ecopessimisti che divide da sempre il mondo ambientalista. Gli ecologisti che criticano il Green New Deal – la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili – sostengono che la riconversione di tutta la nostra infrastruttura energetica al rinnovabile è una opera mastodontica destinata a creare una montagna di problemi ambientali. Inoltre, se non viene limitato il consumo di energia, le rinnovabili sono semplicemente destinate ad aggiungersi e non a sostituirsi ai combustibili fossili, come avviene già da decenni.
Insomma, la transizione tecnologica è necessaria ma non sarà sufficiente se non viene limitata la crescita economica, che è la determinante principale del consumo di energia. Oltre che promuovere le tecnologie verdi dovremmo dunque fare politiche per limitare la crescita. Proprio quello che attualmente sembra appartenere al libro dei sogni.

In questo libro sostengo che le critiche ecopessimiste all’ottimismo tecnologico sono pienamente giustificate. I dati disponibili indicano che la crescita della popolazione e dei consumi pro-capite rimarrebbe
un insostenibile macigno sulle spalle della biosfera anche se usassimo tecnologie che la aggrediscono di meno. Se vogliamo la sostenibilità dobbiamo ridurre le nostre ambizioni di crescita.
A questo punto molti lettori (mio figlio incluso) saranno già tentati di chiudere questo libro e dimenticarselo. Sospetteranno che questo sia l’ennesimo libro che racconta che: a) il problema ecologico è gravissimo; b) l’unica soluzione è un cambiamento inaccettabile per quasi tutti. La prima affermazione produce paura, la seconda produce impotenza; la loro somma induce alla rimozione.
Invece la mia tesi è che il pessimismo non è giustificato. Non siamo destinati a rimanere intrappolati tra una illusione tecnologica e una utopia politica (come ridurre la crescita) mentre il mondo scivola verso il collasso ecologico.

Stefano Bartolini insegna Economia politica ed Economia sociale all’Università di Siena, e da anni studia il tema del raggiungimento della felicità nelle società avanzate. Ha pubblicato numerosi saggi sulle più prestigiose riviste internazionali. Il suo “Manifesto per la felicità”, pubblicato da Feltrinelli, è un long seller. In quest’opera, partendo dal dato di fatto che il progresso economico in molti casi ha impoverito le relazioni umane, l’autore sostiene che tutti noi abbiamo però la possibilità di riprogettare il mondo. Come? Ripensando gli spazi urbani, riducendo la pubblicità…in poche parole, dando di nuovo valore alle relazioni umane e sociali, le uniche che possono davvero farci felici.

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