FARFALLE, PERCHÉ SIETE COSÌ BELLE?

Quali sono i segreti del fascino che le farfalle esercitano su noi umani? I colori. La simmetria. Il mistero della metamorfosi. L’integrazione con le piante, grande risorsa evolutiva del pianeta. E anche una utilissima proboscide-cannuccia… Wendy Williams racconta l’insetto più bello del mondo. 

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Primo Levi visita nel 1981 una mostra dedicata alle farfalle a Torino nel Museo Regionale di Storia Naturale e ne scrive su un quotidiano (Le farfalle in L’altrui mestiere). I colori dei lepidotteri lo catturano. Si chiede: perché sono belle le farfalle? Non certo per piacere all’uomo, come ritenevano gli avversari di Darwin all’epoca delle pubblicazioni delle opere sull’evoluzione. S’interroga perciò sul concetto di bellezza che riconosce immediatamente come relativo e culturale, modellato nei secoli sulle farfalle, oltre che sulle montagne, sul mare e sulle stelle. Osserva che nella nostra civiltà sono “belli” i colori vivaci e la simmetria, al contrario di quanto avviene in altre culture: per questa ragione le farfalle ci colpiscono così tanto.

La farfalla è una fabbrica di colori, continua l’autore di Se questo è un uomo, poiché “trasforma in pigmenti smaglianti i cibi che assorbe ed anche i suoi stessi prodotti di escrezione. Non solo: sa ottenere i suoi splendidi effetti metallici ed iridescenti con puri mezzi fisici, sfruttando soltanto gli effetti di interferenza che osserviamo nelle bolle di sapone e nei veli oleosi che galleggiano sull’acqua”. Ma c’è altro. Non bastano i colori e le simmetrie. Ci sono motivi più profondi, osserva. Non diremmo belli questi insetti se non volassero e non “attraversassero il mistero conturbante della metamorfosi”. Tanto quanto sono “goffi, lenti, urticanti, voraci, pelosi, ottusi” i bruchi, simbolo della perfezione non raggiunta, tanto sono aeree, leggere, inafferrabili e affascinanti le farfalle che del bruco sono la trasformazione perfetta.

Una giornalista scientifica americana, Wendy Williams, ha dedicato ora un ampio libro all’universo di questi lepidotteri (dal greco lepis, scaglia, e pteris, ali) visitando i luoghi dove si rifugiano in inverno, i collezionisti che li raccolgono, i centri di ricerca che li studiano, le comunità locali che li proteggono, e gli scienziati che hanno fatto nuove scoperte su di loro. La vita e i segreti delle farfalle (traduzione di Maurizio Ricucci, Aboca Edizioni) è un libro di viaggio e insieme l’autobiografia di una donna che, dopo aver girato il mondo in mille modi e maniere, s’è lasciata travolgere da una passione nata da ragazza quando ha visitato alla Tate Gallery una mostra di William Turner. Sopraffatta dai colori del pittore – gialli, aranci, rossi –, una volta adulta Wendy ha ritrovato la loro magia nelle ali delle farfalle. Questo l’ha portata a indagare le colorate creature volanti, alcune delle quali così piccole da essere quasi invisibili, mentre altre vantano invece una aperura alare di oltre 30 centimetri.

Gli insetti, scrive comunicandoci il suo stupore, sono in circolazione da 400 milioni di anni, mentre i mammiferi più primitivi datano da 140 a 120 milioni di anni fa, quando sorsero le prime piante coi fiori. La terra è dei piccoli, ha detto una volta E.O. Wilson, eminente studioso di insetti e di formiche. Che posto hanno in tutto questo i lepidotteri, gli insetti con le squame sulle ali, che comprendono 180.000 specie conosciute? Di queste specie solo 14.500 sono farfalle. Poi ci sono 160.000 insetti con le ali ricoperte di squame che anche loro volano: le falene.

Che differenza esiste tra le farfalle e le falene? Le prime sono leggere, vivaci, delicate, virtuose, pulite, coperte di squisiti ornamenti, mentre le seconde appaiono come intrusi che guastano la farina nelle dispense, bucano gli abiti negli armadi e svolazzano nottetempo attorno alle lampade accese. Ma è solo una distinzione rozza, dice Wendy Williams. Le farfalle hanno bisogno dei fiori, mentre le falene non tutte; di certo le falene esistevano prima che apparissero i fiori medesimi. Le farfalle derivano perciò dalle falene. Ci sono infatti 160.000 specie di falene, il che significa che hanno avuto maggior tempo per evolversi e differenziarsi rispetto alle farfalle. La giornalista scientifica suggerisce sulla scorta di vari studi che sono stati i fiori ad asservire a sé alcune falene e a farle evolvere in farfalle: i fiori sono degli abili burattinai. Uno dei temi di questo libro è l’integrazione tra insetti e vegetali, grande risorsa evolutiva del Pianeta.

Sono innumerevoli i luoghi situati tra gli Stati Uniti e il Messico dove si proteggono fiori ed erbe, fondamentali per la sopravvivenza e la moltiplicazione delle farfalle. Ma come si fa a distinguere le falene dalle farfalle? C’è una cosa che le prime hanno sulle ali, e le seconde no. Sul bordo superiore delle ali posteriori delle falene si trovano una o più setole che costituiscono il frenulo, un sistema gancio-occhiello che consente alle loro ali anteriori e posteriori di muoversi all’unisono come un tutt’uno.

Le farfalle non posseggono questo marchingegno: volano sovrapponendo le ampie ali anteriori, che spingono verso il basso, e quelle posteriori con un atto di forza. La cosa che hanno in comune è la spirotromba. Con questo mezzo i lepidotteri assumono gli alimenti senza masticare, lappare o leccare. Si tratta di apparati boccali dalla forma spesso grottesca che sondano, esplorano e cercano di continuo cibo; quando la farfalla vola questa proboscide è arrotolata su se stessa come il tubo di un corno francese. Grazie alla spirotromba, insetto e fiore divengono una sola cosa: un gioioso connubio.

Nutrendosi le farfalle assorbono il polline e lo portano di fiore in fiore fecondandoli. Le farfalle si nutrono di tantissime cose: sterco, vegetali decomposti, escrementi di uccelli, frutta fresca e marcita, sangue, carne decomposta, bruchi, altri lepidotteri, sudore umano, urina, cera d’api, miele, pellicce. Un entomologo ha scoperto in Madagascar una falena che si alimenta delle lacrime degli uccelli addormentati. Questa protuberanza non era stata studiata con attenzione fino a che proprio di recente Kostantin Kornev, un ingegnere, si è fatto la domanda decisiva: come si fa, muniti di una cannuccia, a sorbire dell’acqua, o una sostanza zuccherina, senza aspirare come facciamo noi umani e usando uno strumento più lungo del proprio corpo?

Una domanda che neppure uno scienziato acutissimo come Darwin s’era posto. Ma tant’è. La scienza procede così. Kornev si occupa di nuovi materiali cercandoli tra quelli esistenti in natura. Lavorando con un biologo ha trovato che la proboscide-cannuccia funziona attraverso micro-gocce: la farfalla trasporta il liquido dividendolo in “pacchetti” che fanno un attrito minimo lungo il canale, per cui basta una forza molto piccola. Questo metodo, ha pensato, potrebbe essere utilmente applicato alla produzione di fibre artificiali. Non a caso oggi diamo per scontato che la chimica si presenti come una moneta di scambio dell’evoluzione, cosa che ancora a metà del XX secolo era difficile da accettare.

È un vero peccato che Primo Levi non abbia avuto la possibilità di conoscere tutte le informazioni che Wendy Williams ha raccolto nel suo libro, così come è un peccato che l’unico scrittore da lei citato nel libro sia solo Vladimir Nabokov, mentre ci sono altri letterati e scrittori appassionati di questo lepidottero, a partire da Guido Gozzano. Certo Nabokov non è stato solo un grande romanziere, ma anche un eccellente studioso di farfalle. A un certo punto della sua vita emigrò negli Stati Uniti dopo che le truppe naziste avevano conquistato Parigi. Nel Nuovo Mondo per mantenersi trovò un posto di lavoro presso il Dipartimento di entomologia del Museo di Scienze naturali della Università di Harvard. Lì si dedicò allo studio delle farfalle interessandosi dei particolarissimi organi sessuali dei lepidotteri.

L’ultimo libro di Marco Belpoliti – scrittore, critico letterario e professore – è appena uscito da Einaudi e si intitola Pianura. Belpoliti ha curato l’edizione delle Opere di Primo Levi; per Quodlibet dirige con Elio Grazioli la rivista “Riga”. Collabora con “la Repubblica” e “L’Espresso”.

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