IL NUOVO CAPITALISMO È GIÀ FRA DI NOI

C’era una volta la contrapposizione fra shareholders e stakeholders: fra gli azionisti e lavoratori, clienti, fornitori. Oggi invece sono sempre di più le aziende che mettono al centro gli interessi di tutte le parti in causa: la comunità, la società, l’ambiente. E sono proprio queste le aziende che hanno migliori risultati, anche in tempo di crisi. Ecco quali sono, e perché del cambiamento potremo beneficiare tutti.

Stiamo vivendo un momento di profondo rischio. E siamo di fronte ad un’opportunità storica.

Le crescenti divisioni e disuguaglianze, la sempre minore fiducia nel capitalismo e l’emergenza climatica che incombe sempre di più  – il tutto esacerbato da una pandemia mondiale e dalle relative ripercussioni economiche – rappresentano una minaccia per le aziende, la democrazia, la società e il pianeta.

Per far fronte a questi profondi cambiamenti è necessario guardare alle cause e non ai sintomi. E per di più, dobbiamo analizzarle usando un approccio olistico, ovvero nel loro insieme, piuttosto che singolarmente.

Se le osserviamo più da vicino, capiamo che alla base vi è un problema più profondo e fondamentale: un sistema economico al servizio di pochi e non di molti.

Nel settembre del 1970, l’economista americano Milton Friedman stabilì le linee direttrici del nostro attuale sistema economico, volte a premiare la massimizzazione dei profitti degli azionisti a ogni costo, a prescindere dai danni arrecati alle persone, alle comunità e alla natura, da cui dipende la vita di ogni essere vivente.

Cinquanta anni dopo, abbiamo un disperato bisogno di un cambiamento di paradigma che porti ad un’economia più equa, che funzioni per tutti e nel lungo termine.

Ciò significa un cambiamento di paradigma che sia coerente con i tre imperativi propri di un’economia del 21° secolo: interdipendenza, investimenti in giustizia, considerazione di tutti i soggetti economici o stakeholders, vale a dire lavoratori, clienti, fornitori, comunità, ambiente e, naturalmente, gli azionisti.

Ecco dunque la bella notizia: tutti potremo beneficiare di questo cambiamento. Senza, non saremmo in grado di raggiungere gli obiettivi di sviluppo globali per la salvaguardia del pianeta e dei suoi abitanti più vulnerabili.

Serve un cambiamento per i lavoratori, a cui dobbiamo dare voce e garantire sia l’assistenza sanitaria che un salario minimo.

Un cambiamento per le donne, perché abbiamo un forte bisogno che ricoprano posizioni di leadership e che si superino le disuguaglianze in termini della loro retribuzione. Un cambiamento per le comunità locali e di colore che meritano un accesso equo agli investimenti, alla leadership e alla proprietà.

Un cambiamento volto a generare valore sostenibile per gli azionisti di lungo termine.

E infine, ma non per ordine di importanza, un cambiamento per la natura, perché è impossibile vivere in sicurezza in una casa in fiamme o sommersa dalle acque.

In poche parole, abbiamo bisogno di un cambiamento che ci permetta di passare dalla supremazia degli azionisti ad un capitalismo degli stakeholders, ovvero un capitalismo che metta i bisogni della società e della comunità al pari di quelli degli azionisti.

Ecco quindi un’altra buona notizia: il capitalismo degli stakeholders è già iniziato.

Secondo JUST Capital, una valutazione condotta sulle aziende Russell 1000 ha dimostrato che negli ultimi quattro anni le aziende più impegnate a soddisfare i bisogni di tutti i soggetti economici hanno ottenuto il 30% in più dei risultati finanziari raggiunti dalle aziende meno impegnate in tal senso e hanno registrato margini di guadagno a due cifre durante la pandemia.

Ecco quindi che non si tratta più solo di capire se dobbiamo passare ad un capitalismo degli stakeholder; l’unica domanda che molti dei leader più lungimiranti nel campo dell’economia, della finanza, del governo e della società civile si stanno attualmente ponendo è come effettuare questa transizione.

Fortunatamente, esistono molti esempi di aziende che stanno già adottando un approccio di tipo “stakeholder”, dimostrando come sia possibile implementarlo con successo.

Durante la pandemia da COVID-19, ad esempio, decine di aziende di grandi dimensioni, tra cui Verizon, Home Depot e Target, si sono adoperate per investire in nuove pratiche aziendali che promuovano una maggiore resilienza dei loro dipendenti, clienti e fornitori.

Queste pratiche riguardano non solo l’aumento permanente dei salari e le modifiche ai congedi retribuiti per malattia, ma anche fondi di investimento sociali e accordi con i clienti ad alto rischio.

Accogliamo con favore questi sforzi e sappiamo che ne abbiamo bisogno anche di altri ancora più coraggiosi.

L’ambizione di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius (Business Ambition for 1.5 degrees Celsius), con cui ci impegniamo a raggiungere emissioni zero entro il 2050 o anche prima, ha spinto circa 300 aziende a modificare i loro modelli aziendali per garantire l’interdipendenza tra la salute dell’uomo e dell’ambiente e l’economia.

Questi leader di mercato, compresi Microsoft, Pepsi e Salesforce rappresentano 3,6 trilioni di dollari della capitalizzazione di mercato.

Oltre 700 società B Corp, tra cui Allbirds, Chiesi Pharmaceuticals e Patagonia, si sono spinte anche oltre, impegnandosi a raggiungere zero emissioni entro il 2030.

Broadway Financial, invece, sta investendo in comunità di colore, troppo spesso ignorate e trascurate dagli istituti finanziari tradizionali, al fine di garantire maggiore giustizia.

La nuova entità nata dalla sua recente fusione con City First diventerà la più grande banca statunitense di proprietà afroamericana, con 1 miliardo di dollari di beni.

Aziende ancora più grandi stanno iniziando a fare qualcosa di completamente nuovo in termini di equità: ad esempio, Intel sta iniziando a rivelare i dati relativi alla retribuzione dei suoi dipendenti, indicando il genere, la razza e la provenienza etnica; Paypal sta aumentando i compensi dei suoi impiegati con maggiori difficoltà finanziarie, il che permette di aumentare sia il loro impegno che la loro produttività.

La recente quotazione in borsa delle azioni di Vital Farms e Lemonade (entrambe società B Corp) dimostrano come la nuova generazione di imprese innovative, finanziate da capitale di rischio e che si prendono davvero cura di tutti i portatori di interesse, possa accedere con successo al mercato pubblico.

Cinquanta anni più tardi, vi è un’abbondanza di prove che dimostrano che la supremazia degli azionisti sta danneggiando sia l’umanità che il nostro pianeta, mentre risulta evidente l’opportunità offerta dal capitalismo degli stakeholder, che possiede un mercato pari a 30 trilioni di dollari statunitensi in termini di fattori ESG (ambiente, società e governance) e di investimenti ad impatto sociale.

È quindi giunto il momento di un vero cambiamento.

Halla Tómasdóttir, CEO di The B Team.
Jay Coen Gilbert, co-presidente di Imperative 21

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