IL TEMPO DELLE CITTÀ

di Matteo Milani

In isolamento nella sua casa di Brooklyn, un architetto guarda al dibattito sugli scenari futuri dell’abitare. Avvertendo che la complessità richiede tempi lunghi e immaginazione. Per rifondare la convivenza fra azioni umane e ambiente naturale, garantendo sostenibilità ecologica e sociale, occorre ripensare in profondità il rapporto fra città e campagna. In termini di complementarietà, non di competizione. Per una migliore qualità della vita sempre, non soltanto nell’emergenza. Parole d’ordine: comunità e rete.     

In queste settimane ho seguito con attenzione e interesse il dibattito italiano sul futuro post-pandemico delle nostre città e delle comunità urbane che le abitano. E l’ho seguito a distanza da New York, precisamente dalla nostra casa a Williamsburg (Brooklyn), perché anch’io sono in isolamento, come quasi tutti, in città.
Ho avuto tempo di leggere interventi di grande intelligenza, e di prendere in mano anche qualche libro per leggere o rileggere qualcosa sui temi sui quali si dibatte. Ammetto di non aver riletto Boccaccio o Manzoni. O Camus. Confesso di non aver visto tutte le dirette proposte sulle varie piattaforme social; anzi ad essere sincero ne ho viste due o tre al massimo. E guardandole mi è tornato in mente Dino Risi su Moretti: “Levati di mezzo e facci vedere un po’ il film”. Spero che i medesimi, in costante primissimo piano davanti al loro smartphone, non pensino adesso di essere Nanni Moretti. Dai vari interventi sono emersi temi importanti da un lato e dall’altro scenari post-apocalittici poco credibili, evidenziando una cronica dicotomia del nostro sistema tra capacità di analisi (sofisticata) e progettualità (limitata). Non una grande novità: ammetto di scrivere ovvietà che non riguardano solo il mio settore di studi.

Non penso che andremo tutti a vivere in campagna nei borghi abbandonati dell’Appennino (anche se questo sarebbe in realtà un mio personale sogno ricorrente) e non penso proprio che le città cambieranno in modo radicale nell’immediato futuro. Quando succedono questi eventi catastrofici c’è sempre una frenetica corsa ad anticipare il futuro, dimenticandosi spesso che le città sono organismi complessi, con una certa resistenza al cambiamento nel breve periodo. Tanti professionisti corrono a mettere la bandierina sul quello che sarà il futuro (alcuni professionisti sono sovrapponibili ad alcuni nostri politici, ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano): in questi giorni ho addirittura visto noti architetti diffondere rendering bellissimi di ospedali da campo, mentre gli alpini li costruivano sul serio quegli ospedali, fregandosene delle immagini patinate. 

Breve e lungo periodo. Per il secondo penso all’uragano Sandy a New York: ha innescato un processo di ricerca e studio sull’innalzamento del livello delle acque e sulla necessità di proteggere la punta sud di Manhattan attraverso una serie di concorsi di progettazione. In queste ultime settimane hanno iniziato a selezionare i gruppi che proporranno progetti concreti di contenimento delle acque in relazione agli spazi pubblici “di bordo” dell’isola. La progettazione seguirà i suoi tempi e non penso vedremo qualcosa di concreto (progetti definitivi, non la loro costruzione) prima di due anni da adesso, dieci anni dopo Sandy. Sembrava un tema urgentissimo per la città di New York. Il tempo sembra lungo a prima vista, ma rispetto alla vita di una città (per non parlare poi di una città italiana) è davvero breve e ha permesso il proliferare di dibattiti, mostre e ricerche sul tema. La città richiede tempo e pazienza.

Penso altresì che la drammaticità e la virulenza dell’epidemia in corso abbiano contribuito a dare rilevanza immediate ad alcune riflessioni su città, campagna e natura che erano già in essere, ma che non avevano ancora interessato un pubblico di non addetti ai lavori. L’emergenza pandemica ha rivelato ad un tratto necessità e bisogni che prima non vedevamo così nitidamente. L’acqua limpida a Venezia, i delfini nei porti turistici, gli uccelli tornati a cinguettare nelle grandi città hanno messo finalmente in primo piano il tema ambientale con fatti concreti e tangibili. Così come l’altro lato della medaglia: i cinghiali o i caprioli che passeggiano per le vie dei centri abitati una volta liberati dai loro abitanti. Presenze, queste ultime, buone per un film di Sorrentino, ma non per una serena convivenza con gli abitanti della città all’ora dell’aperitivo. La serena convivenza tra le azioni dell’uomo e i loro effetti sul mondo naturale richiede uno sforzo immaginativo innanzitutto in chi si occupa di città, architettura e design. Penso qui alle recenti mostre curate da Paola Antonelli al MoMa di New York e alla sua Broken Nature alla Triennale di Milano. Ma anche alla mostra di Rem Koolhaas sul tema e significato della campagna in mostra al Guggenheim di New York.

Il tema ambientale va però messo in relazione con i temi dei servizi alla comunità, perché la sostenibilità ambientale vada di pari passo con quella sociale. I quartieri delle metropoli (e delle grandi città) e centri minori sembrano essere uniti da un denominatore comune: la comunità di riferimento. Forse è arrivato il momento di pensare alla metropoli come ad un insieme di comunità, le città come aggregazioni di un numero minore di comunità di medesima grandezza e i centri minori, i tanto celebrati borghi, come elementi singoli, nodi singoli della medesima “rete”. Ogni comunità, sia essa parte di una metropoli, di una aggregazione urbana, o agisca come un avamposto urbano nelle campagne, ha bisogno di dotazioni simili: spazi pubblici, servizi,negozi di vicinato, natura. I nodi periferici possono essere parte del sistema se collegati tra loro con una efficiente rete infrastrutturale (di trasporto e di dati): la distinzione tra metropoli e campagna sarà comunque nella prossimità con alcuni processi creativi e produttivi ma il rapporto tra le due polarità è da reinventarsi in termini di complementarietà, non di conflittualità o competizione. Come è sempre stato, se pensiamo agli affreschi di Ambrogio Lorenzetti a Siena. Da un lato bisogna pensare di preservare i vuoti delle campagne come “intervalli” tra il costruito, senza cadere nella tentazione del suburbio continuo, metafora della illimitata libertà individuale. La sfida non è quella di ripopolare semplicemente i borghi collinari con cittadini fuoriusciti dalle città per paura di una pandemia, quanto piuttosto di creare le condizioni affinché questi nodi possano avere un ruolo nell’arcipelago italiano, così come descritto da Mario Cucinella in Arcipelago Italia (Biennale 2018).

Tra i vari interventi di queste settimane proprio quelli di Cucinella mi sono sembrati i più pertinenti sul tema della dislocazione dei servizi sanitari nel territorio. Questa pandemia ha evidenziato i limiti di un sistema iper razionalizzato fondato esclusivamente su grandi poli ospedalieri a scala regionale. Tale modello va forse affiancato da un sistema più capillare di servizi sanitari alle comunità locali più leggeri e puntuali. Centri sociali con prima assistenza sanitaria che siano un filtro tra comunità locale grande polo ospedaliero centralizzato. Non è un ritorno ad ospedali di media grandezza disseminati sul territorio, quanto piuttosto una rete di strutture di scala ridotta, dedicate ad assistenza locale, anche domiciliare. In questa prospettiva ogni nodo, ogni comunità, della rete potrebbe essere dotato dei servizi essenziali di assistenza sanitaria sul territorio.La sfida è dunque quella di immaginare modelli insediativi che siano di aiuto alle comunità nei giorni drammatici di una pandemia come quelli che siamo vivendo ma che al contempo possano migliorare la qualità della vita in una prospettiva di lunga durata. Banalmente, più parchi pubblici, un servizio di trasporto pubblico più efficiente e diversificato, servizi al Cittadino più capillari. L’obiettivo dovrebbe essere quello di avere meno spazi sovrappopolati nell’immediato, ma anche una maggiore qualità nella vita di tutti i giorni passata la pandemia. Incentivare l’uso di biciclette elettriche (e non) all’interno dei centri urbani, permettere occupazione di suolo pubblico all’aperto per ristoranti e bar, ampliare la frequenza dei servizi pubblici: sono tutte misure che migliorerebbero la qualità della vita dei cittadini anche nella vita post-pandemica. E sono cose anche banali, già messe in pratica da molte città nel mondo. E hanno dimostrato di funzionare.

Non vogliamo riempire le nostre città di dispositivi temporanei come quelli che popolano la New York del dopo undici settembre: dissuasori, barriere, tornelli … tutti spiaggiati come balene passata l’alta marea. Gli spazi pubblici delle nostre città non saranno cambiati dal plexiglass. La città non è un parco giochi dove divertirsi e sentirsi sicuri, o meglio, non è solo quello. È anche un luogo dove riconoscersi, dove coltivare relazioni e dove crescere. Luogo dell’incontro inatteso e della competizione (che sia alla pari poi è un altro discorso). Così come la campagna è il luogo dell’agricoltura ma anche culla di mille altri saperi. Di saggezza. Forse dobbiamo diffidare un poco di chi usa questi due mondi per la convenienza del momento

In questi giorni leggendo Rigoni Stern ho scoperto che al tempo del racconto nelle case di montagna le stufe a legna non avevano comignoli: i fumi venivano rilasciati nei sottotetti in modo che il calore potesse essere trattenuto nelle soffitte e le travi di larice delle capriate, affumicate e indurite, si preservassero per i decenni a venire. Per prepararsi all’inverno si usava anche ricoprire di paglia i tetti, paglia che poi diventava “humus e quasi zolla”. Sul quel tetto verde ante-litteram, sempre nel racconto, era cresciuto un ciliegio selvaggio. “Tönle Bintarn, guardando, ricordava che da ragazzo, dopo la mietitura della segale, si arrampicava dalla parte della stalla dove il grande tetto quasi si unisce al declivio del monte e una a una piluccava tutte le piccole ciligie dolcissime e nere prima che i merli e i tordi venissero e metterci il becco”.

Matteo Milani, architetto, è Associated Partner nello studioPeiCobbFreed & Partners ArchitectsLLPdiNewYork.

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