LA CULTURA È NELLA NATURA DELLE COSE

di Claudio Bocci

Fra le molte cose interrotte dalla pandemia, c’è anche la ratifica in Parlamento della Convenzione europea di Faro: cultura come diritto, patrimonio culturale come elemento indispensabile per costruire una società pacifica, democratica, sostenibile. Ora i danni economici sono incalcolabili, una crisi che coinvolge milioni di persone e di imprese (il 40% del turismo in Italia è culturale). Come ne usciremo? Con nuovi format per musei e spettacoli. E soprattutto con nuove solidarietà nella gestione di quel bene primario che chiamiamo cultura. 

In questa fase così complicata che pone domande antiche e nuove all’intera umanità non è ancora chiaro come reagiremo ai nuovi format che necessariamente dovranno intraprendere le attività culturali: visite a luoghi della cultura, spettacoli dal vivo, cinema saranno a lungo ostacolati dal virus, con incalcolabili danni per le lunghe filiere di occupati in un settore che fa fatica ad emergere nel dibattito pubblico.

Eppure la cultura è un bene primario di cui non si può fare a meno! Occorrerà ripensare formule e modi di produzione e di fruizione che permettano all’intera società di alimentarsi di un fondamentale strumento di coesione e di integrazione sociale: altrimenti i rischi sarebbero assai gravi. In Parlamento, prima della crisi prodotta dal coronavirus, si era giunti al termine di un lungo e faticoso percorso che stava portando alla ratifica della Convenzione di Faro (promossa dal Consiglio d’Europa) che pone al centro il diritto dei cittadini alla partecipazione culturale. Si tratta di un testo che capovolge il consueto approccio che privilegia la tutela del patrimonio ponendo in evidenza la “comunità di eredità” come protagonista del valore culturale. In effetti il Trattato può ben definirsi Convenzione-Faro per l’innovativa visione in essa contenuta, richiamata sin dall’art. 1, che riconosce il diritto a partecipare alla vita culturale, così come definito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La Convenzione introduce un concetto largo di patrimonio culturale (eredità culturale) a cui è affidata la costruzione di una società pacifica e democratica strettamente connessa ai processi di sviluppo sostenibile e alla promozione della diversità culturale.

In questa visione si incardina il rapporto tra pubblico e privato nel processo di valorizzazione del patrimonio culturale in cui tutti i cittadini, e le loro varie forme di organizzazione, sono chiamati a svolgere la loro parte. In primo luogo il non-profit che può svolgere un ruolo attivo nel favorire la più ampia partecipazione dei cittadini all’esperienza culturale di un patrimonio, non solo statale, diffuso sul territorio: dai beni culturali al paesaggio, dalle arti performative alle tradizioni enograstronomiche, al patrimonio immateriale.

Ma anche il sistema delle imprese è pienamente coinvolto in questo processo attraverso diversi servizi commerciali necessari alla migliore esperienza culturale (visite guidate, ospitalità, ristorazione, trasporti, eccetera) e pertanto pienamente inserito nella lunga filiera economica attivata dalla cultura. Basti pensare che il turismo culturale vale circa il 40% del totale del turismo in Italia.
La crisi in cui stiamo vivendo porterà a grandi cambiamenti nella fruizione della cultura e dello spettacolo e sappiamo che molti milioni di persone ne soffriranno le conseguenze. Una crisi che porta dentro di sé i segni del cambiamento, introducendo inediti esempi di solidarietà da parte dell’intero sistema economico. Si tratta di un germe che non dovrà andare perso quando si tornerà a crescenti livelli di ‘normalità’. Anche le imprese, sempre di più, dovranno misurarsi con un mondo cambiato che porrà nuovi ostacoli ma anche nuove opportunità centrate sul rapporto con i cittadini.

Ci attende un tempo favorevole alla crescita della consapevolezza da parte dell’intero sistema produttivo di nuovi modelli di business sempre più sostenibili. Una grande opportunità per la crescita delle Benefit Corporation, il nuovo modello di impresa che integra al profitto una finalità sociale. I nuovi tempi che ci attendono porteranno con sé le cicatrici prodotte dal coronavirus: sarà difficile dimenticare quello che stiamo vivendo, anche per gli imprenditori!
Le B Corp rappresentano il modello più evoluto al mondo in termini di azienda sostenibile e rigenerativa. Costituiscono un movimento globale che ha l’obiettivo di diffondere un paradigma economico più evoluto, che vede le aziende come protagoniste nel rigenerare la società e la biosfera. Benefit Corporation significa, inoltre, un profondo cambio culturale, dalla concezione di shareholders capitalism, in cui l’unico fine del business è quello di generare profitto e dividerne gli utili tra gli azionisti, all’accezione di stakeholdes capitalism, secondo la quale l’azienda ha lo scopo di generare valore per tutta la società, per l’ambiente e per il territorio di riferimento.

Il tessuto economico italiano sembra aver colto a pieno l’urgenza di tale cambiamento, attestandosi come il Paese con il tasso di crescita delle B Corp più alto in Europa e come il primo Stato sovrano al mondo ad introdurre la forma giuridica di Società Benefit nel proprio ordinamento, diventata legge in Italia a Gennaio 2016. Quella di Società Benefit è nuova forma giuridica d’impresa che garantisce solide basi per allineare la missione e creare valore condiviso nel lungo termine. Oggi sono presenti in Italia circa 100 B Corp certificate e oltre 500 Società Benefit.

La questione ambientale, riportata alla ribalta da Greta Thunberg, sarà sempre di più tra gli obiettivi delle Società Benefit. Ma anche la cultura, per la sua potenza coesiva, dovrà entrare nelle finalità di un numero crescente di imprese e contribuire a disegnare nuove formule di partenariato tra pubblico e privato. Federculture, Civita e Assobenefit hanno avviato il dibattito promuovendo a Roma, all’inizio di febbraio, un importante convegno dal titolo L’impresa della sostenibilità. Benefit Corporation e Cultura, a cui hanno partecipato diverse esperienze, tra cui quella di Massimo Mercati, A.D. di Aboca, introdotte da una brillante prolusione del Prof. Stefano Zamagni.
Ci attendiamo, così, che per impulsi diversi il sistema delle imprese prenda sempre più in considerazione di puntare in alto e assisteremo ad una più matura presa di coscienza di operatori pronti ad assumere il profilo Benefit che, peraltro, è premiato dal mercato. Occorrerà sviluppare piattaforme di dialogo tra le finalità benefit delle imprese e il tema della cultura dei territori, impegnando gli operatori culturali ad approcciare sempre più professionalmente questo colloquio.
Negli ultimi anni si è molto parlato di partenariato pubblico-privato come leva di partecipazione dei cittadini e di sviluppo a base culturale. Tra i laboratori più attivi di questa discussione, Ravello Lab-Colloqui Internazionali (promosso da Federculture e dal Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali, con sede a Villa Rufolo, Ravello) che, sin dal 2006, si misura su temi di frontiera per collegare sempre più strettamente la cultura alla partecipazione dei cittadini.
La prossima edizione, in programma nel prossimo ottobre, sarà un interessante momento di riflessione per riportare al centro il tema della cultura come privilegiato veicolo di coesione e solidarietà sociale e, per questa via, asset privilegiato di una nuova generazione di Benefit Corporation.

Claudio Bocci è Consigliere delegato Comitato Ravello Lab ed è stato Direttore di Federculture, l’associazione nazionale degli enti pubblici e privati, istituzioni e aziende operanti nel campo delle politiche e delle attività culturali, agisce come sistema-rete allo scopo di promuoverne qualità ed efficienza. 

 

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