LA MEMORIA E LE PIANTE

di Luca Doninelli

Nella nostra ricerca del tempo perduto, gli alberi aiutano a ritrovare frammenti smarriti della vita passata. “Noi tutti tendiamo a ricostruire in unità la nostra memoria, ma sarebbe molto difficile se non vivessimo immersi in qualcosa di più grande di noi”.

La nostra memoria è discontinua, fatta di pezzi che spesso si vanno allontanando tra loro. Mi accade quando, per esempio, mi trovo a passare per una via che un tempo frequentavo abitualmente, e che in seguito, per una ragione o per l’altra, ho abbandonato. Allora qualcosa fa ritorno in me, mi visita nuovamente, e io ho di nuovo accesso a un pezzo di memoria che avevo come smarrito, o messo tra parentesi.

Proust ha già detto queste cose molto meglio di me: ciò non toglie che tutti noi facciamo i conti con queste cose, che perciò stesso entrano a far parte dei nostri racconti, sia che li scriviamo sia che li tratteniamo semplicemente dentro di noi.

Da tutto questo nasce l’idea de L’imitazione di una foglia che cade, un racconto scritto anni fa e poi continuamente ritoccato, che parla del ricongiungimento di due metà della vita di un uomo, che si erano in qualche modo perse di vista tra loro.

La presenza degli alberi e del mondo vegetale dentro il racconto non è accessoria. Noi tutti tendiamo a ricostruire in unità la nostra memoria, il nostro vissuto (si diceva così), ma credo – aristotelicamente – che questo sarebbe molto difficile, se non impossibile, se noi non vivessimo immersi in qualcosa di più grande di noi, al quale apparteniamo e che trattiene in sé, vivo e presente, ciò che noi, intesi come singoli, come individui, possiamo aver smarrito.

L’epilogo del mio racconto è dedicato a questo abbraccio. Gli alberi, muti testimoni della vita di intere generazioni, sono come i ricettacoli silenziosi di racconti che spesso noi, talora per insincerità talora perché il peso della realtà è troppo grande, tendiamo a spezzare.

 

 L’imitazione di una foglia che cade

Conservo quella foglia di acero, o quello che ne rimane, tra due lastre di plexiglas unite agli angoli con quattro piccole viti dorate, che ho appoggiato, bene in vista, su uno scaffale della mia libreria. È forse un modo per allontanare da me, trasformando la memoria in ricordo e il ricordo in soprammobile, lo shock del momento in cui la rividi, tra le pagine del mio romanzo ritrovato.

Ma è anche un modo il solo a mia disposizione per trattenere quel momento, per non perderlo del tutto.
Ricordo il verde buio di quella foglia bagnata, che sulle prime mi aveva messo paura perché l’avevo scambiata per un insetto. Ma nessun insetto avrebbe potuto pungermi così in profondità.

Anche adesso, mentre scrivo, osservo l’ulivo appena fuori dalle mie finestre, tutto attorto e segnato dagli inverni eppure ancora vivo e possente, e penso alla storia alla quale ha assistito, e che mi
è stata raccontata dall’agente immobiliare; al fratricidio cui un ragazzo di diciassette anni tanti ne aveva fu obbligato per non dover assistere a orrori ancora più terribili.

Quale albero non ha assistito o partecipato a storie strane, o terribili, o brevemente felici, a storie di passione o di guerra, a storie di chi partiva e di chi tornava, al miracolo della fedeltà e dell’amore, alla quotidiana infedeltà, e ancora a inganni, soprusi, ricatti, strette di mano, riconciliazioni?
Forse nelle foreste alpine, o in quelle equatoriali, o nella taiga siberiana, è possibile che esistano alberi ai quali non è accaduto di assistere a nessun evento umano, alberi che non hanno mai
visto un uomo in tutta la loro esistenza. 

Ma altri romanzi, senza figure umane, si sono certamente consumati tra i loro rami o davanti ad essi: l’incontro d’amore tra due pettirossi, il lamento di un alce alla vista del proprio figlio ucciso e divorato da un orso, la vita e le battaglie di stirpi di insetti, la luce di un raggio che brilla sul guizzo di un pesce, nel lago vicino. 

Oppure semplicemente il cielo, il suo mutare, il suo azzurro, le sue nuvole veloci o screziate dal vento rabbioso, i temporali che si addensano, le tempeste, lo spiraglio da cui si affaccia la luna, il turbinio della neve nelle bufere, il fiorire dei prati a primavera, la nascita di nuove gemme, il profumo di resina.

Ogni vero romanzo, anche se non ne parla, trattiene tutte queste cose. In ogni vero romanzo, per quanto parli di mare, esistono non dette anche le montagne, e nella scena più cruenta vibra il velo di una tenerezza immaginata, o perduta. La ferocia non esclude il sospiro d’amore, né il sospiro può cancellare un’offesa. La legge del nostro parlare è: tutto parla di tutto. Non sono io che parlo, non sei tu, ma è il tutto che diventa me, o te, e non è della casa o della finestra o del pane che parliamo, ma di tutto l’universo divenuto quasi fortuitamente casa, finestra, pane. 

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