L’UOMO CHE PARLAVA AGLI ALBERI

di Antonio Moresco

Durante la clausura da pandemia abbiamo tutti tanto parlato del nostro rapporto con la natura. E se a farlo è uno scrittore? È un bel salto espressivo e di pensiero. In isolamento a Mantova, durante il traumatico periodo più claustrofobia e più virulento Antonio Moresco si concedeva lunghe e forse immaginarie passeggiate notturne per la città silenziosa, deserta. Camminando, dialogava con le piante e gli alberi come lui “murati” fra muri, strade, marciapiedi. Ne è nato un libro, appena uscito. Ecco la genesi di Canto degli alberi, nel racconto del suo autore, e un brano dalle pagine iniziali.

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Ho scritto questo libro nei mesi di isolamento per la pandemia. I suoi protagonisti sono gli alberi, in particolare gli alberi murati, quelli che crescono dentro i muri delle case degli uomini, visti come una nuova specie crocevia tra più mondi (vegetale, minerale, umano) e prefigurativa.
L’ho scritto mentre ero anch’io murato, come tutte le donne e gli uomini del nostro Paese e del mondo, in un momento cruciale anche della mia vita personale, per di più bloccato dal divieto di viaggiare in una casa di Mantova, la città dove sono nato e ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza, scatola nera della mia vita.
Vi si raccontano le mie giornate di recluso, i miei cammini notturni lungo i vicoli spopolati della città, i miei pensieri, le mie fantasie, che prendono la forma di dialoghi con alberi murati ma anche con altri alberi che scaturiscono da un tombino, dalla testa di una statua, dal tappetino di un’auto parcheggiata in un garage deserto, con alberi colorati di bianco, con alberi gialli, blu, con alberi incendiati, alberi neri, alberi che si capovolgono, alberi musicali… Dialoghi e cori in cui gli alberi prendono vita e si stagliano ciascuno con le proprie diversità come emblematici personaggi umani e dove, parlando di radici, di midollo, di cerchi, di tronchi, di foglie, si parla anche di noi stessi e di quello che ci sta succedendo.
Questo libro anche per me inaspettato è la mia risposta di scrittore a questo trauma e il mio appello a compiere un salto di piani e di specie e a dare vita a una metamorfosi.
L’ho scritto giorno dopo giorno, in totale solitudine, con ispirazione,
liberando in un unico flusso narrativo testimonianza, corpo a corpo col mondo, autobiografia trascesa, abbandono lirico, romanzo drammaturgico e figurale, canto, sogno, immaginazione, invenzione.

 

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Ecco, forse ho finalmente trovato il mio campione. Forse sono questi gli alberi che posso eleggere a miei emblemi, a nostri emblemi: gli alberi murati.

Ma gli alberi murati che tipo di alberi sono?
Di che specie sono? Sono alberi che si spingono dentro i muri o sono muri che si spingono dentro gli alberi?
Nelle classificazioni vegetali non è contemplata l’esistenza di simili alberi. Gli alberi murati non hanno il loro bel nome latino che definisca la loro specie. Non sono alberi come gli altri, nessuno ha mai pensato a loro come a una specie di alberi a parte. Forse per questo non mi erano venuti in mente subito.

E poi ci sono molti tipi di alberi murati: ci sono quelli i cui semi attecchiscono nei muri, negli interstizi tra un mattone e l’altro o tra una pietra e l’altra, dentro la calce; ci sono quelli ridotti quasi alla sola corteccia, riempiti di mattoni e cemento nelle loro cavità e che però in primavera continuano a coprirsi di nuove foglie; ci sono quelli che si
incuneano con le loro radici nell’asfalto dei marciapiedi e che lo sollevano e squarciano con le loro dure vene nere, tanto che devi camminarci sopra sollevando molto i piedi e le gambe e allargando le
braccia come un equilibrista sul filo…

Io non so perché mi colpiscono tanto questi alberi che attecchiscono e crescono in un habitat così difficile e quasi impossibile.
E questo – ora che ci penso – non da oggi ma da molto tempo, fin da quando ero adolescente e scrivevo le mie povere poesie dove erano già presenti questi inconcepibili alberi posti su un estremo crinale.
Ne ho trovata una, ad esempio, scampata alle mie feroci distruzioni dei vent’anni, dove l’albero murato è addirittura l’incrocio da cui sgorga la poesia, il suo punto di irradiazione, la sua ferita.
Ne trascrivo le ultime righe:
Puoi pensare a tutto questo
appoggiato a un albero murato
nel punto d’incontro delle rette.

Allora forse è di questo che si tratta, allora forse per me l’albero murato è il punto d’incontro delle rette. Ma di quali rette?
Che cosa mi sta dicendo, cosa sta dicendo a tutti noi l’albero murato con il suo linguaggio muto? È una specie di messaggero?
Ma messaggero di cosa?

E io chi sono? Che sia anch’io un messaggero?

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