MENO BIODIVERSITÀ = MENO SALUTE

di Jake M. Robinson

Il nostro intestino ospita fino a 100 trilioni di microbi, più numerosi delle cellule del corpo umano ed essenziali per la nostra salute fisica e psichica. Da dove provengono? Dall’ambiente, dagli ecosistemi che abitiamo e ai quali apparteniamo. Ecco perché la perdita di biodiversità, soprattutto nelle città, può farci ammalare. Possiamo e dobbiamo fare qualcosa. Anche perché per combattere le malattie infettive come COVID-19, abbiamo bisogno di un sistema immunitario sano, cioè di un pianeta sano.

The Conversation

Entro il 2050, si prevede che il 70% della popolazione mondiale vivrà in città e metropoli. La vita urbana comporta molti vantaggi, ma gli abitanti delle città di tutto il mondo stanno manifestando un rapido aumento di problemi di salute non trasmissibili, come l’asma e le malattie infiammatorie intestinali.

Secondo alcuni scienziati, questo aumento sarebbe collegato alla perdita di biodiversità, ovvero alla costante riduzione delle forme di vita sulla Terra. Il tasso di estinzione di specie diverse è attualmente mille volte superiore al tasso di base storico.

La diversità microbica è una parte importante della biodiversità che stiamo perdendo. E questi microbi – batteri, virus e funghi, tra gli altri – sono essenziali per mantenere ecosistemi sani. Poiché gli esseri umani fanno parte di questi ecosistemi, anche la nostra salute ne risente quando svaniscono o quando esistono barriere che riducono la nostra esposizione ad essi.

L’ecosistema interno

Il nostro intestino, la pelle e le vie respiratorie ospitano microbiomi distinti: vaste reti di microbi che risiedono in ambienti diversi. L’intestino umano da solo ospita fino a 100 trilioni di microbi, più numerosi dunque delle cellule umane. I microbi forniscono servizi indispensabili alla nostra sopravvivenza; per esempio, trasformano il cibo che ingeriamo e forniscono sostanze chimiche utili alle funzioni cerebrali.

L’intestino di ciascuno di noi ospita un microbioma unico. Il contatto con una vasta gamma di microbi diversi è essenziale per rafforzare il nostro sistema immunitario. Alcuni microbiologi chiamano “vecchi amici” i microbi degli ambienti più simili a quelli in cui ci siamo evoluti, come boschi e praterie, perché svolgono un ruolo importante nella “educazione” del nostro sistema immunitario.

Il nostro sistema immunitario è, in parte, ad azione rapida e non mirata; cioè attacca qualsiasi sostanza estranea, a meno che non esistano regole apposite. I microbi ambientali che chiamiamo “vecchi amici” esercitano appunto questa funzione regolatoria, e in più producono molecole utili a ridurre gli stati infiammatori e a impedire al nostro corpo di attaccare le proprie cellule o sostanze innocue come il polline e la polvere.

L’esposizione a una vasta gamma di microbi consente al nostro corpo di attivare un’efficace risposta difensiva contro i patogeni. Il nostro sistema immunitario produce anche minuscoli eserciti di “cellule della memoria” che tengono nota di tutti gli agenti patogeni entrati in contatto con il nostro organismo, favorendo così in futuro una risposta immunitaria rapida ed efficace a patogeni simili.

Per combattere le malattie infettive come COVID-19, abbiamo bisogno di un sistema immunitario sano. Ma un sistema immunitario sano è impossibile senza l’apporto di microbiomi diversi fra di loro. Così come sono importanti negli ecosistemi, dove aiutano le piante a crescere e riciclano i nutrienti del terreno, i microbi forniscono al nostro organismo sostanze (nutritive e non) che favoriscono la salute fisica e mentale. Rafforzando la nostra capacità di recupero di fronte a malattie e altri fattori di stress.

Ma le città dove abitiamo sono troppo spesso carenti in biodiversità. Molti di noi hanno lasciato spazi verdi e blu per spazi grigi: la giungla di cemento. Gli abitanti delle città sono molto meno a contatto con ampie varietà di microbi utili per la salute. L’inquinamento, poi, può danneggiare il microbioma urbano e gli inquinanti atmosferici alterano i pollini, rendendoli più allergenici.

La germofobia, o paura di tutti i microbi, aggrava questi effetti spingendoci a sterilizzare tutte le superfici domestiche e a impedire ai bambini di giocare all’aperto, a terra. Il suolo è uno degli habitat più biodiversi sulla Terra, quindi gli stili di vita urbani possono davvero danneggiare i più giovani spezzando questa connessione vitale.

Chi vive nelle aree urbane più svantaggiate ha salute peggiore, aspettativa di vita più breve e rischio di infezioni più elevato. Non a caso, queste comunità spesso non hanno a disposizione né spazi verdi e blu di qualità, né frutta e verdura a prezzi accessibili.

Cosa possiamo fare?

Dobbiamo fare sul serio riguardo al microbioma urbano.

Il ripristino degli habitat naturali può migliorare la biodiversità e la salute di chi abita nelle città. Coltivare specie diverse di piante autoctone, creare spazi verdi sicuri, inclusivi e accessibili, far tornare allo stato naturale originario i parchi urbani e suburbani: ecco come ripristinare la diversità microbica nella vita urbana.

Le nostre ricerche aiutano i progettisti urbani a restituire alle città gli habitat che favoriscano interazioni salutari tra residenti e microbi ambientali. Occorre però migliorare ulteriormente l’accesso agli spazi verdi e blu e a un’alimentazione a prezzi accessibili. Finanziare e promuovere orti urbani, individuali o collettivi, fornirebbe in un sol colpo cibo gratuito ed esposizione ai microbi. Insegnare a coltivare il proprio cibo potrebbe essere prescritto dal medico. Favorire il rapporto con la natura, compresi i microbi che molti di noi ora rifuggono, dovrebbe essere cruciale in tutte le strategie di recupero dopo la pandemia. Dobbiamo proteggere e promuovere l’invisibile biodiversità, essenziale per la salute nostra e del pianeta.

Jake B. Robinson è PhD Researcher al Department of Landscape della University of Sheffield, in Gran Bretagna. Nelle sue ricerche indaga il rapporto fra microbioma, salute umana e ambiente. Qui la sua biografia.

Questo articolo è apparso su The Conversation, che ringraziamo. 

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