QUEL BOSCO È UN CONFINE

“Guarda laggiù”, dice il padre alla figlia bambina mentre passeggiano insieme sul Trebević, la montagna sopra Sarajevo. lnsieme, nel romanzo di Federica Manzon, vedono terre diverse, diverse culture. Sono nel cuore dell’Europa. E dei suoi appuntamenti mancati con la storia. 

All’inizio c’è il camminare. Quel particolare camminare nel bosco che sta alla base di un certo pensiero filosofico e esistenziale che tendiamo a chiamare europeo, nostro. Cos’ha di particolare il camminare nei boschi? Si tratta di un passeggiare che invita alla solitudine e favorisce la riflessione astratta, l’osservazione. Quando camminiamo nei boschi impariamo a trovare il nostro ritmo, accordiamo il respiro ai passi e lasciamo andare i nessi della logica. È un camminare romantico e avventuroso che aiuta a guardare il mondo come se lo si incontrasse per la prima volta. Non è la meta a essere importante, ma piuttosto gli incontri: nel bosco capita di incrociare il nostro passo con viandanti e pellegrini, clandestini e oziosi, con animi inquieti spinti a un errare libero. Perché nel bosco non ci sono confini, spiega il padre della protagonista del mio romanzo. Ma a volte può capitare che i boschi ospitino confini invisibili, linee che segnano il terreno e rendono invalicabile il passaggio più di qualsiasi muro o filo spinato. A volte un bosco può cambiare anima. È quello che accade al bosco del Trebević, la montagna di Sarajevo.

Per molto tempo il Trebević è stata la montagna di casa dei sarajeviti, dove si andava il sabato per una passeggiata in famiglia o a scarpinare con gli amici. Nel 1984, quando Sarajevo ospitò le olimpiadi invernali, sul Trebević venne costruita la pista da bob più veloce al mondo. Furono giorni mitici per la città e i suoi boschi. Quella piccola regione dei Balcani sui cui nessuno dei capi di stato avrebbe scommesso, quella nazione di pericolosi slavi del sud, era riuscita nel miracolo di riunire insieme per la prima volta gli atleti di tutto il mondo, blocco occidentale e sovietico sulle stesse piste come se non esistesse la cortina di ferro. Fu un miracolo possibile grazie all’animo e alle forze dei sarajeviti. Fu un miracolo bellissimo che portò sotto le telecamere internazionali l’orgoglio di una città cosmopolita e colta.

Sette anni dopo il bosco del Trebević diventò un confine invalicabile. Durante la guerra nei Balcani il bosco divenne territorio dei serbo-bosniaci: dalle fessure della pista di bob puntavano le mitragliatrici per bombardare la città nell’assedio più incompreso della storia recente.

Finita la guerra il bosco rimase a lungo morto, coperto di mine, tenuto a distanza dagli abitanti della città.

Oggi sul Trebević ci si può andare, ma i sarajeviti non amano salirci, non fanno più pic-nic sui suoi prati, non camminano più nel suo bosco. Perché ora quel bosco è un confine, invisibile e non dichiarato, tra Sarajevo ovest e est: e dalla parte est i manifesti di Mladić, il generale della strage di Srebrenica, guardano giù alla città che ancora porta traccia delle ferite della guerra.
Volevo scrivere di questo bosco, e dei boschi del confine di Trieste che fanno da specchio, perché se nel bosco abita il cuore della nostra cultura europea, è nei boschi dei Balcani che l’Europa ha mancato il suo appuntamento più importante e in questi tempi di muri e di confini alzati, guardare indietro a quei boschi può aiutarci a ripensare il nostro essere europei.

“In autunno facevamo lunghe passeggiate nei boschi, a volte in cerca di finferli e mazze di tamburo
e gli ambiti porcini, altre volte solo per camminare.
Ci alzavamo il mattino presto, quando i prati erano ancora bagnati dalla brina e le strade mute: indossavamo calzini pesanti e scarponi alla caviglia, con noi portavamo la borraccia e qualche mela, un pezzo di cioccolata. Andavamo avanti con quelle
passeggiate fino a novembre inoltrato, solo mio padre e io, perlopiù in silenzio o scambiando qualche osservazione sulle tracce in cui ci imbattevamo nel sottobosco, un cerbiatto o una lepre, di rado un
branco di cinghiali. Camminavamo sempre verso est o nord est, per ragioni che non dovevano essere
del tutto chiare a nessuno dei due.
Durante una di quelle passeggiate ci eravamo persi, come d’altra parte era facile capitasse nel nostro orientarci senza cartine. In una foresta di abeti neri vagavamo senza bussola, e nel tentativo di ritrovare la strada prima del buio arrivammo a un’altura dove gli abeti cedevano il passo agli arbusti di scotano, con le foglie arancioni che stavano già virando in bordeaux scuro; arrampicandoci sui massi più grossi riuscimmo a scorgere sotto di noi una radura illuminata dalla luce verde-oro che anticipa il tramonto, e tutt’attorno il bosco. In un punto dove il prato inclinava scosceso verso sud si coglieva l’inizio di un sentiero. Mio padre, che camminava qualche metro avanti a me per scovare la strada, si era arrampicato per primo e girandosi, un dito premuto sulle labbra, mi aveva fatto cenno di raggiungerlo. Ricordo il mal di testa che mi tormentava per la fame, la luce iniziava a imbrunire e avevo mangiato solo una zuppa d’orzo diverse ore prima. Guarda laggiù, aveva sussurrato passandomi il binocolo. L’avevo puntato in basso senza vedere niente, cercando la messa a fuoco sugli abeti che circondavano il prato. Poi, spostando l’inquadratura verso l’imbocco del sentiero, li avevo visti: un gruppo di uomini in marcia, sei o sette, facce
con zigomi alti e capelli neri lunghi sulla nuca. Tutti maschi. Attraversavano in diagonale lo spiazzo, senza l’ingrandimento del binocolo parevano una fila di coleotteri scuri diretti verso chissà quale tana. A guardarli dietro le lenti si capiva che avevano un passo diverso da quello degli altri camminatori, era insieme estenuato e determinato. Alcuni di loro avevano uno zaino, indossavano giacche a vento di colori sovietici, troppo pesanti per la stagione, e cappelli di lana. Quando erano spariti nel bosco mio padre mi aveva sfilato dal collo il binocolo, vieni andiamo, aveva fatto segno nella direzione opposta e era inteso che dovevamo spicciarci, scendere svelti nel sottobosco lasciando scivolare gli scarponi nel fogliame che formava un tappeto morbido punteggiato da ricci di castagne, qualche fungo bastardo”

Federica Manzon è una scrittrice italiana.
È stata editor della Narrativa Straniera a Mondadori. Attualmente è docente e responsabile dello sviluppo dei progetti didattici presso la Scuola Holden di Torino. Collabora con il quotidiano Il Piccolo e l’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge.it.

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