SAN FRANCESCO, IL LUPO E LA POLITICA

di Pietro Maranesi

È il racconto di un miracolo o un apologo animalista? Nel suo nuovo libro, padre Pietro Maranesi propone una lettura diversa della parabola del lupo di Gubbio addomesticato da San Francesco. Al cuore dell’episodio c’è un sogno sempre attuale: la giustizia economica e sociale. E un bisogno, oggi cruciale, di ascolto e di mediazione.

La parabola del lupo di Gubbio ammansito e addomesticato da Francesco è uno tra i racconti più famosi riguardanti il Santo di Assisi. Da sempre l’immaginario collettivo è stato colpito dal coraggio umile e semplice di Francesco nell’andare da solo incontro al lupo e convertirlo alla mansuetudine e alla pace. Dell’evento si è normalmente esaltata la santità di Francesco, capace di operare miracoli meravigliosi, tali da ricreare quelle condizioni paradisiache tra gli uomini e gli animali perse con il peccato. Oggi l’interpretazione del racconto ha forse abbandonato questa lettura miracolistica per assumere un taglio invece ecologista e animalista, lettura favorita dal Cantico delle creature e da diversi episodi in cui il santo è impegnato con gli animali, come ad esempio nella predica agli uccelli. Queste due possibili interpretazioni (miracolistica o animalistica) rischiano però di perdere il vero nucleo tematico del racconto, che è da trovare, a mio avviso, nei suoi risvolti politici. È chiaro infatti che la figura del lupo non riguardava un quadrupede, ma un bipede, cioè si trattava di quell’animale presente in ognuno di noi, che, in certe situazioni sociali ed economiche, diventa pura violenza inarrestabile, fino a farci credere che “homo homini lupus”. La parabola legata a Francesco non vuole solo smentire questa visione tragica e forse cinica del mistero del nostro cuore ma anche indicare atteggiamenti politici necessari ad ognuno che voglia essere mediatore di pace dentro un mondo impaurito dalla diversità dell’altro e dunque pronto alla violenza.

Molti sono gli aspetti che nel mio libro ho messo in evidenza del racconto presente nel testo dei Fioretti. Qui vorrei ricordare solo due elementi del contenuto “politico” di quella storia: la passione ideale che ha mosso Francesco nell’entrare con coraggio nelle tensioni che opponevano la città al lupo, e la sua intelligenza politica nel capire la radice dei problemi e trovarne possibili soluzioni.

Il racconto inizia con questa notazione, posta alla base degli sviluppi di tutta la vicenda: “avendo Santo Francesco agli uomini della terra…”. Senza questo sentimento di partenza egli non avrebbe potuto compiere quel miracolo di pace. La compassione gli permise infatti di lasciarsi coinvolgere nel dolore degli altri senza aver paura della violenza che regnava in quella situazione: sentiva che non poteva girarsi dall’altra parte passando alla larga da Gubbio, né schierarsi con la parte-partito più forte per assicurarsi un facile successo e fama, a scapito del più debole; egli era chiamato invece a porsi nel mezzo di quelle tensioni diventando “mediatore” tra le parti. In questo contesto vi è un particolare del racconto da sottolineare: il segno della croce utilizzato dal santo prima di uscire da Gubbio e poi ripetuto davanti al lupo; con quel gesto Francesco ricordava a se stesso e agli altri il grande orizzonte ideale dentro il quale poneva la sua azione politica, perché senza di esso non avrebbe avuto né coraggio né lucidità politica per affrontare quelle tensioni. Un uomo che non si lasciasse misurare da un grande sogno sociale, in cui si spera l’impossibile per un mondo rappacificato, non potrebbe essere un vero mediatore politico; perché rischierebbe di fare di quel suo ruolo non un servizio a favore di un mondo migliore ma uno strumento di potere per i propri vantaggi.

Solo un uomo appassionato, guidato da un grande sogno, quello dell’inclusione sociale delle diversità, lette e affrontate non come pericolo ma come opportunità, avrà l’intelligenza politica di individuare le cause del malessere sociale e indicare delle possibili soluzioni politiche. È quanto mostra Francesco nell’incontro avuto prima con il lupo e poi con i cittadini di Gubbio. Riconoscendo infatti che alla radice della violenza tra le parti vi era la fame a cui l’egoismo degli eugubini condannava il lupo, Francesco capisce che occorreva proporre un patto sociale nel quale ognuno rinunciava ad una parte dei propri vantaggi per creare condizioni di giustizia sociale che avessero avvantaggiato tutti: al lupo chiede di abbandonare la sua vita violenta e predatoria nei confronti della gente e di accettare il rispetto delle leggi della convivenza civile perché questo gli avrebbe permesso di mangiare ogni giorno, agli eugubini invece chiede un cambiamento nel loro stile di vita economica togliendo qualcosa dal proprio piatto per “nutricare” ogni giorno il lupo, così da essere liberati dalla loro paura e insicurezza che li imprigionava dentro le mura della loro città.

L’azione del Santo dunque non si riduce ad una predica sull’essere buoni, generosi e pazienti con gli altri; egli sapeva molto bene che una esortazione basata su di un volontarismo buonista avrebbe avuto il fiato corto, perché senza giustizia sociale la buona volontà di una parte non avrebbe retto alle intemperie delle disuguaglianze sociali dell’altra. Si trattava allora di assumere decisioni di vita sociale ed economica nelle quali ognuno riconosceva all’altro i suoi diritti: solo da questo patto infatti sarebbe nato uno spazio di rispetto in cui le diversità si sarebbero trasformate in opportunità e “ben-essere” comune. Cos’è infatti la pace se non il frutto maturo di una giustizia condivisa, in cui ognuno riconosce all’altro la sua dignità e il diritto di essere se stesso mediante una diversità accolta e accettata come ricchezza reciproca?

La parabola raccontata dai Fioretti costituisce dunque un testo di estremo interesse per ripercorre i grandi tratti che dovrebbero caratterizzare un mediatore politico animato non dal desiderio di autoaffermazione, ma dal sogno di un mondo in cui la diversità diventi non solo ricchezza sociale ma anche crescita economica per tutti. Perché Francesco di Assisi ci ricorda che il vero mediatore politico è colui che con la sua idealità e credibilità permette alle parti di “addomesticarsi” reciprocamente, mediante un processo lento e forse faticoso capace però di realizzare un miracolo insperato: l’altro che era narrato come “lupo grandissimo terribile e feroce” diventa invece un cittadino e forse alla fine anche un “frate lupo”.

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