MA CHE COSA “SOSTENIAMO”?

di Tim Morton

Il filosofo inglese Tim Morton  è una star mondiale del pensiero (critico) ecologico. Ha collaborato con artisti come Olafur Eliasson e Björk, e pubblicato libri al centro del dibattito internazionale. Ecco il suo provocatorio punto di vista sul concetto di “sostenibilità”, nell’incipit del pamphlet Cosa sosteniamo? L’idea di sostenibilità è adeguata per immaginare un futuro davvero ecologico?  

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Se siamo realmente interessati a considerare il problema delle condizioni ecologiche del nostro futuro, dobbiamo comprendere che il concetto di sostenibilità di fatto non ci serve, per tre aspetti fondamentali. Il discorso della sostenibilità è un prodotto del linguaggio che le grandi corporations utilizzano quando s’interrogano sulle strategie da impiegare per salvare i loro profitti, in un’epoca di grandi rivolgimenti nella selezione delle fonti energetiche. Non è un tipo di discussione che si presti benissimo all’avvio di una trattazione di temi etici. Le grandi aziende sono la manifestazione più recente di una sindrome che è rimasta solidamente presente sullo sfondo degli spazi sociali apertisi nella storia umana a partire dell’Olocene (ossia il Neolitico). E questi sono già i primi due aspetti critici della so-stenibilità. Resta il terzo: cioè il fatto che l’idea stessa di sostenere qualcosa si lega strettamente all’idea che “esistere” significhi “andare sempre avanti, restando più o meno identico”.

Si tratta di quella che talvolta viene definita metafisica della presenza e che non regge, almeno dal punto di vita logico. Non è che le cose continuino ad esistere restando sempre le stesse. Per una cosa, “essere” non vuol dire questo. Altrimenti nulla potrebbe mai accadere. C’è un modo assai semplice per inquadrare bene la questione, che è anche un tratto caratteristico della struttura di fondo dello spazio sociale contemporaneo (è anche la ragione due). Se andate a vedere in un dizionario, vedrete che “sostenere” significa “tenere sollevata una cosa o una persona sopportandone il peso dal di sotto”. Non riesco a non pensare al dio Atlante, che sorregge il mondo sulle spalle. Ed è pure sbagliato ritenere che sia fuori della nostra portata la progettazione di un intervento su scala internazionale, globale, letteralmente planetaria. Direi anzi che la necessità di fermarsi a ragionare su un piano del genere si presenti proprio adesso, nel momento in cui la Terra sembra percorsa dai brividi di un trasporto reazionario febbrile, che garantisce la tolleranza o il pieno accoglimento delle varie forme di un razzismo fascista.

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