UOMINI E API

L’ape non può essere addomesticata. È solo dall’Ottocento che l’estrazione del miele avviene senza uccidere le api. In Italia c’è il record di mieli. Le api garantiscono il 70% delle colture necessarie alla nostra alimentazione e comunicano come in un social network. Eccetera: dalle api non si finisce mai di imparare.
Guardando ai numeri: il mercato del miele in Italia vale 220 milioni di euro. Il servizio di impollinazione vale invece 15 miliardi (tutta la produzione agricola è 60 miliardi). È un lavoro non retribuito, fondamentale per la varietà e la continuità della vita sulla Terra, che deriva dal rapporto millenario con l’animale più importante del mondo. No, non è homo sapiens: è l’ape.

Quello tra ape e uomo è un rapporto che nasce nella notte dei tempi, l’animale più importante del mondo è apparso sulla terra molto prima dei sapiens, circa 30 milioni di anni fa. In epoca preistorica l’uomo cacciatore-raccoglitore comincia a depredare gli alveari e pare che un’influenza fondamentale per l’evoluzione di questi ominidi sia proprio stata l’alimentazione con l’apporto di polline e miele.

Nel corso della storia questo rapporto quasi esclusivamente utilitaristico si evolve, gli antichi egizi praticavano già il nomadismo delle colonie inseguendo le fioriture lungo il corso del Nilo, le api vengono citate da Socrate che le allevava, se ne parla nei poemi epici come l’Odissea e il primo vero resoconto di studio delle api è nelle Georgiche di Virgilio.

Nel medioevo si consolida il ruolo di apicoltori tra gli uomini di chiesa che oltre a produrre miele e idromele, sfruttavano gli alveari per produrre la cera necessaria per la fabbricazione delle candele. Una curiosità: l’ape è stata oggetto della prima osservazione al microscopio di Galileo Galilei.

Nel XVIII secolo l’attività di allevamento delle api è diffusa in tutta Europa, l’estrazione del miele avviene ancora in seguito all’apicidio, si uccidevano le api fumigandole con lo zolfo e successivamente venivano estratti i favi, la primavera successiva si raccoglievano gli sciami selvatici e venivano ripopolati i bugni villici (le arnie di paglia, terracotta o legno), per ricominciare la produzione.

In questo periodo dalla Spagna vengono inviati degli alveari negli Stati Uniti dove non era presente l’ape da miele ma solamente degli apoidei solitari, nel giro di pochi anni l’apis mellifera si diffonde colonizzando la maggior parte del territorio del nuovo mondo.

Bisogna attendere il XIX secolo per arrivare a delle pratiche di allevamento che non prevedano l’uccisione delle api, il pastore protestante Lorenzo Lorraine Langstroth è considerato il padre dell’apicoltura moderna grazie alla sua invenzione dei telai mobili e della determinazione dello “spazio d’ape” che saranno le basi per la costruzione dei primi “alveari moderni”. Grazie a questi diventa possibile la visita e l’estrazione del miele senza dover sopprimere la famiglia.

A differenza di altri animali che hanno condiviso la vita e la storia con l’uomo (cani, cavalli, ecc.), l’ape rimane impossibile da addomesticare, questo tra le molte altre cose la rende così interessante, si alleva un animale non addomesticabile e al giorno d’oggi è una delle pochissime forme di allevamento che non prevede nessun tipo di sofferenza per l’animale.

Nel corso del secolo scorso sono stati fatti progressi enormi sulla conoscenza del mondo delle api, basti pensare alla decodificazione del sistema di comunicazione con la danza che è valso il Premio Nobel a Karl Von Frisch nel 1973. Un sistema di comunicazione che si basa su un tipo di danza che segue una traiettoria a forma di otto con diverse direzioni ed intensità delle vibrazioni compiute dall’ape. Si può schematizzare in questo modo: l’insetto di ritorno dall’esterno se ha trovato una fonte nettarifera la comunica alle sorelle mediante la danza attraverso la quale fornisce informazioni circa la direzione rispetto alla posizione del sole, la distanza dall’alveare e l’abbondanza di nettare. Dieci api che hanno assistito partono verso l’obiettivo, al rientro eseguono la stessa danza e a quel punto partono in cento, dopo pochissimi passaggi tutte avranno l’informazione in tempi rapidissimi e con la massima efficienza possibile. A pensarci bene, non è né più né meno che il principio utilizzato per il funzionamento dei moderni social network.

Giorgio Celli, il famoso etologo grande osservatore e studioso delle api disse che in un alveare ci sono esattamente la metà dei neuroni di un cervello umano, se a questo uniamo quanto osservato più recentemente da Thomas D. Seeley che sostiene che tutte le decisioni all’interno dell’alveare sono il frutto di un processo democratico e condiviso, possiamo avere un’idea chiara di quanto sia complesso ed affascinante questo piccolo, grande universo.

Oggi in Italia si allevano circa un milione e mezzo di alveari distribuiti su tutto il territorio nazionale. Data la particolare conformazione del paese abbiamo una varietà di climi, di ambienti e di specie vegetali che ha pochissimi eguali al mondo, e che ci dà la possibilità -caso unico – di proporre quasi cinquanta mieli uniflorali, una bellissima fotografia del nostro ambiente.

L’apicoltore non è più il raccoglitore primitivo e nemmeno l’apicida medievale, oggi è una figura fortemente specializzata il cui primo obiettivo risiede nella garanzia del benessere dell’animale che alleva. Un ecologista sui generis che deve interagire con un superorganismo, con il tempo atmosferico, la fenologia, le dinamiche di popolazione degli afidi, virus e parassitosi, un professionista con un alto livello tecnico che lavora in silenzio, spesso in solitudine. Guarda il cielo e scorge minacce, osserva un prato e ci vede un mondo. 

Dall’inizio degli anni Duemila gli apicoltori sono stati testimoni di misteriosi spopolamenti negli alveari per i quali si sono ipotizzate anche cause molto fantasiose. Dal 2007 si riescono a dimostrare gli effetti letali di alcuni princìpi attivi neurotossici utilizzati in agricoltura che vengono dapprima sospesi precauzionalmente in Italia e successivamente banditi a livello comunitario.

Queste misure sono state importanti ma quella oggetto di divieto non è che una minima parte dei pericoli ai quali sono sottoposte le api da parte di un’agricoltura sempre più dipendente dalla chimica, le principali minacce per gli insetti pronubi oggi sono proprio le sostanze utilizzate in ambito agricolo e i cambiamenti climatici che stanno completamente stravolgendo il naturale percorso delle stagioni e la possibilità per le api di approvvigionarsi delle sufficienti risorse indispensabili per la loro sopravvivenza.

Questa situazione che coinvolge l’apicoltura globale a qualsiasi latitudine sta seriamente mettendo a repentaglio la sopravvivenza delle api e di conseguenza degli apicoltori che ne sono custodi. Le api sono i principali agenti per la diffusione e il mantenimento della biodiversità sul pianeta, a loro si deve l’impollinazione che garantisce il 70% delle colture necessarie alla nostra alimentazione e di circa 350.000 specie botaniche che sono a loro volta alimento o habitat per altri animali. La biodiversità è il sistema immunitario del pianeta ed andare ad intaccarlo, comprometterlo, potrebbe avere delle conseguenze disastrose.

A differenza di altri insetti impollinatori, le api seguono il principio della “fedeltà al fiore”, questa peculiarità ne fa una macchina estremamente efficiente, in pratica un’ape che al mattino comincia a bottinare su un fiore di melo continuerà per tutto il giorno a visitare solo fiori di quella specie, un’altra ape dello stesso alveare può visitare un fiore di tarassaco e per tutto il giorno non andrà a cercare altro tipo di fiore, questo è il principio dell’impollinazione entomofila per la fecondazione; i fiori si sono evoluti nel corso dei millenni proprio per permettere questo “trasporto della vita”, il fatto che siano colorati e profumati serve esclusivamente ad attirare gli impollinatori, le api non vedono il colore rosso e proprio per questo sono pochissimi in natura i fiori di quel colore, uno dei pochi visitato da loro è il papavero che ha dovuto adeguarsi assottigliando i petali in una misura che permettesse loro di vedere la rifrazione dei raggi del sole attraverso di essi.

Il mercato del miele in Italia ha un valore stimato di circa 220 milioni di euro, il servizio di impollinazione (lavoro indispensabile non retribuito), vale invece 15 miliardi di euro, la produzione agricola nella sua totalità ne vale 60. Le api sono intorno a noi, sempre, anche se non ce ne accorgiamo con il loro incessante lavoro giorno dopo giorno permettono la continuità della vita sulla terra, sono l’essere più importante al mondo, a noi il compito di salvaguardarle e proteggerle.

Dario Pagani Piemontese, classe 1973, è apicoltore di professione dal 1996. Ha circa 1000 arnie, nel piacentino, con cui produce soprattutto miele. Dal 2008 è Presidente del Consorzio Conapi (Consorzio apicoltori e agricoltori biologici italiani).Tra le esperienze più forti e significative cita i percorsi di formazione, in collaborazione con Slow Food, per gli apicoltori in Etiopia, paese dove è stato tre volte tra il 2007 e il 2009. Dal 2011 fino al 2019 è stato componente dell’organizzazione Apimondia (Federazione Internazionale delle Associazioni di Apicoltori) ricoprendo il ruolo di presidente della Commissione Regionale europea.

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