VOLER BENE AL MONDO

Riprendiamo il dibattito lanciato da Giuseppe Barbera e da Jacopo Orlando: se tutto è “sostenibile”, che cosa lo è davvero?  Attivo da sempre nella produzione agricola, Lucio Cavazzoni propone un’evoluzione lessicale, cioè concettuale. Da terra a territorio, da sostenibilità ad “azione in compensazione” e da filiera a filìa. 

Jacopo Orlando è intervenuto lucidamente sui temi della sostenibilità, sottolineando come lo svuotamento del significato di questo termine rischia di inficiarne l’importante contenuto.
Puntare alla sostenibilità infatti significa avere in mente un obiettivo di equilibrio da raggiungere , necessario appunto per non consumare più di quello che siamo in grado di riprodurre e quindi di lasciare alle prossime generazioni.
Ma siamo lontanissimi da qualunque forma di equilibrio, ed ancor più di “parti uguali”.
Probabilmente dobbiamo superare il concetto di sostenibilità e sostituirlo con quello di “agire in compensazione”, che significa essere sovrabbondanti nelle nostre azioni di impatto ambientale e sociale per recuperare, rigenerare, ricostituire i fondamentali di una convivenza compromessa.

Un lucido articolo di Timothy Wise dell’istituto IATP riporta un’analisi critica molto dura condotta in 13 paesi africani da parte delle Nazioni Unite e della Fao verso i miliardari progetti di agricoltura intensiva (e tutta verso export): fame e malnutrizione sono aumentati contemporaneamente del 31% in media, e di oltre il 40% in Ruanda: fatto che spiega molto bene la fuga inevitabile di molte persone verso continenti dove forse vivere una vita decente.
Fino a pochi anni fa, tranne rarissimi casi, appariva addirittura ovvio che ambiente, lavoro e territorio – quest’ultimo inteso come sede di servizi e opportunità politiche, finanziarie e sociali – venissero sfruttati il più possibile.
È davvero tempo di cambiare e far cambiare con determinazione l’approccio alla terra (qui intesa come substrato agricolo da sfruttare al massimo) per assumere quello di territorio, del quale fanno parte le persone, le economie, le ecologie, gli animali, le piante e l’ambiente inclusa la sua bellezza.
Gli scompensi sono stati significativi in questi ultimi decenni. Dal momento che i mercati sono fatti anche di persone, queste hanno cominciato ad assomigliarsi, a esprimere gli stessi bisogni, con il risultato che gli esseri umani si sono trasformati velocemente in consumatori.
Nel volgere di pochi decenni, producendo sempre di più e a costi sempre più bassi, agricoltura e allevamenti sono diventati intensivi.
Nel contempo sono cresciuti i primi grandi allevamenti senza pascolo, condannando gli animali a trascorrere in stalla tutta la loro grama esistenza.
Soprattutto per abbattere i costi, si è cominciato a produrre in particolare nelle aree più fertili del pianeta, incuranti delle conseguenze logistiche, ambientali e sociali.
L’Europa, per fare un esempio, è diventata importatrice del 75% degli alimenti necessari ai suoi allevamenti, provenienti in larga parte dalle regioni amazzoniche.
Un dato significativo: oggi il 55% delle terre coltivate sul pianeta produce cereali e legumi per l’alimentazione animale.
Nel volgere di una generazione, forse due, la campagna ha perduto la sua dimensione, il cibo la sua storia. La prima spopolandosi di contadini che non potevano in alcun modo sostenere la competizione e il confronto con grandi appezzamenti pianeggianti, macchine agricole sofisticate, pesticidi e fertilizzanti chimici.
Ne risente anche il lavoro bracciantile in agricoltura: le stime sono di 400.000 lavoratori senza contratto (un terzo dei lavoratori agricoli complessivi) in Italia e 1.500.000 lavoratori nell’Europa che si affaccia sul Mediterraneo. Ricevono una manciata di euro l’ora per giornate di lavoro infinite, in luoghi privi di servizi, costretti spesso a subire soprusi fisici. Un lavoro che, migrando da un campo all’altro, può non essere visto. Dunque una moderna schiavitù invisibile.

In contrapposizione a tutto ciò, un numero sempre maggiore di aziende promuove un modello di impresa empatico e partecipativo. Aziende non più disposte ad accettare un’agricoltura volta solo al contenimento dei costi produttivi, non più disposte a trascurare i costi di impatto sull’ambiente e sul paesaggio così come lo svuotamento sociale della comunità e del suo territorio.
Queste imprese, vera avanguardia, stanno migrando dalle filiere, intese come mera sequenza identificativa della catena produttiva, alla filìa.
Nella sua accezione di amicizia e vicinanza, il nuovo approccio esprime amore nei confronti del territorio, il cui valore è la comunità che lo abita, partecipazione, evoluzione sociale e ambientale e attivazione di azioni concrete con chi condivide e pratica un’idea di profitto che coinvolge comunità e territorio.
La filìa concettualmente sostituisce la filiera nel mondo produttivo e dei servizi. Non si tratta solo di solidarietà o mecenatismo: la filìa cresce nelle imprese che vogliono andare oltre. Hanno compreso il senso della misura e dello sviluppo nella reciprocità, rinunciando alla mera accumulazione.
La filìa ha la straordinaria prerogativa di risultare contagiosa e puntare alla prosperità prima che alla crescita.
È sentimento che si fonda su una visione culturale di prospettiva e di ritorno nel lungo periodo.
È la nuova visione strategica di chi al Mondo decide di volere bene.

Lucio Cavazzoni, nato nel 1956 , laureato in sociologia a scienze politiche di Bologna, inizia a fare l’apicoltore nel 1978 .
Cofondatore della Coop Apistica Valle dell’Idice e successivamente di Conapi, ne rimane presidente fino al 2008.
Dal 1999 è prima amministratore delegato poi presidente di Alce Nero,
impresa di agricoltori biologici, apicoltori, produttori fairtrade.
Fra le imprese e cooperative alla cui nascita ha contribuito vi sono
Libera Terra Mediterraneo, Coop Sin Fronteras, Mediterre.bio.
Lascia Alce Nero nel maggio 2018.
Dal 2019 è cofondatore e presidente di Goodland.

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