TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SUL FICO

di Fabrizio Zara

Tutti conosciamo il fico, ma quanti sanno come è fatto il suo fiore? Quali sono i maschi e quali le femmine? E una certa vespa che ruolo ha?

Dall’albero romanzato di Carmine Abate alla pianta reale, sotto la guida del nostro botanico

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Fico (Ficus carica L.)

Tutti conosciamo e apprezziamo i frutti dell’albero del fico, discriminandone le numerose varietà in base a caratteri facilmente riconoscibili quali la forma, la pezzatura, il colore, o per la polpa più o meno granulosa, o ancora per la attitudine al consumo: fresco o essiccato. Qualcuno più attento o che possiede un albero in giardino avrà anche appreso la capacità di fruttificare una o più volte in una stagione.

Se però si può dire che i frutti sono vistosi e seducenti stesso discorso non si può fare per i fiori, che difficilmente saltano agli occhi per la loro bellezza. Il fico, infatti, non mostra i fiori così come siamo abituati a vederli, fatti di petali dalle forme e colori sgargianti, ma anzi la loro presenza passa addirittura inosservata.

Ciò che era il fiore, lo si può dedurre quando apriamo a metà un frutto e guardiamo la sua polpa rossa all’interno della quale sono presenti moltissimi piccoli filamenti biancastri che sono i pedicelli che hanno portato i fiori femminili e che ora portano i semi, contenuti in piccoli acheni, simili a piccoli granelli riconoscibili anche al palato.

 

 

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Se quindi il fico ha scelto di non apparire alla vista per i suoi fiori li ha resi comunque seducenti per una piccola vespa, la Blastophaga psenes , che li riconosce e trova grazie ai segnali costituiti da miscele di sostanze volatili rilasciate dai fiori del fico quando sono ricettivi. La morfologia di questo insetto gli permette di entrare nell’infiorescenza, tramite una piccola apertura (detta ostiolo) posta all’apice inferiore, e di trovarsi così al suo interno protetto e a contatto dei piccoli fiori. A seconda però della forma dei fiori femminili questa piccola vespa può deporre le uova al loro interno, rendendo però  il frutto incommestibile; oppure, se la conformazione dei fiori femminili non lo permette, non riesce ad alloggiarvisi e a raggiungere gli ovari, per pungerli e deporvi le uova. Mentre nel primo caso la vespa trae vantaggio per la sua riproduzione, nel secondo fa il gioco del fico che ritrova al suo interno i granuli di polline involontariamente raccolti nelle precedenti visite dalla vespa, che altrimenti non sarebbero mai riusciti ad entrare nell’infiorescenza del fico.

In maniera molto semplicistica questo porta a dire che si hanno piante che svolgono la sola funzione maschile di donatore di polline, che comunemente chiamiamo caprifico (forma selvatica); e le piante di fico comune (quelle coltivate) che svolgono funzione femminile in quanto le uniche a sviluppare frutti normali (acheni con seme all’interno) contenuti in un corpo carnoso e zuccherino. Sia il caprifico che il fico a frutti commestibili possono produrre tre fruttificazioni all’anno, che sono sincrone alle generazioni dell’insetto. La fioritura di inizio primavera è però l’unica che garantisce un’impollinazione delle piante ‘femminili’, mentre le successive fioriture, possono sviluppare frutti anche in assenza della fecondazione come avviene in molte cultivar selezionate appunto per essere autosufficienti.

In ultimo, per chiudere, va sottolineato il vantaggio adattativo ottenuto dal fico anche nei confronti dell’uomo, specie animale che più di ogni altra ne ha pregiudicato le caratteristiche del frutto e promosso la divergenza evolutiva rispetto all’antenato selvatico. Questo vantaggio, iniziato secondo le tracce lasciate dal fico agli archeobotanici moderni, attorno a 6500 anni fa nel Vicino Oriente, quindi molto prima dell’addomesticamento di altre importanti colture da frutto, si concretizza ad oggi con oltre 150 cultivar diffuse dall’uomo.

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